Attenzione
Maresciallo dei carabinieri rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò
«Quando il babbo tornò pesava 45 chili»
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QUARRATA. «Quando nostro padre tornò dal campo di concentramento pesava 45 chili. Lui, che era sempre stato un uomo bello, alto, imponente: non si riconosceva. Era maresciallo maggiore dei Carabinieri e aveva fatto la guerra: era stato in Francia, in Jugoslavia, in Albania, ma dopo l'8 settembre, si rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò». «Così fu caricato su un carro-merci e deportato in un campo di prigionia, a Brema». Il maresciallo maggiore Giuseppe Pecorini, nato a Lucciano nel 1902, rimase in campo di concentramento dal settembre del 1943 all'aprile del 1945. Per tornare a casa ci impiegò altri 5 mesi. A raccontare la sua storia sono le due figlie, Luciana e Carla Pecorini. «Mio padre - racconta Luciana - partì nel 1939 per la guerra. Io avevo appena un anno, mia sorella 5. Lo rividi soltanto nell'estate del 1943, per poco tempo, durante il suo unico periodo di licenza. Poi ripartì e tornò soltanto nel settembre 1945». Da Brema il maresciallo Pecorini tornò a piedi o con qualche mezzo di fortuna. «Pesava 45 chili quando tornò - racconta Carla - Abbiamo ancora la casacca che aveva addosso al momento del ritorno: sembra di un bambino da quanto è piccola. Mi ricordo bene quel giorno. Erano mesi che non sapevamo niente di lui. Come tutte le mattine mia mamma era nel tinello ad ascoltare la radio, perché ogni giorno alla stessa ora annunciavano l'elenco dei prigionieri che dalla Germania avevano varcato il confine italiano. Come sempre ascoltava attentamente nella speranza di udire il nome di mio padre. La radio, però, a un certo punto iniziò a non funzionare più, non si sentiva più niente. Proprio in quel momento entrò in casa una nostra vicina e mia mamma corse da lei a lamentarsi della radio e per chiederle se avesse sentito il nome di mio padre. Questa vicina, allora, le disse che mio padre era tornato e lo fece entrare in casa. Sono passati più di 60 anni, ma quando penso a quel giorno mi commuovo ancora». «Quando lo vidi alla porta in quelle condizioni ebbi paura e corsi a nascondermi sotto il tavolo - racconta Luciana - Ero piccola e non lo riconobbi. Nel tempo, mio padre non volle mai raccontare niente dei suoi anni in guerra e in prigionia. Qualche anno fa poi mentre rimettevo a posto alcuni vecchi libri e quaderni, trovai per caso il suo diario dall'8 settembre del '43 al maggio del '44». M.Q.
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