Il Tirreno

Pistoia

E dopo Mirafiori? A sinistra si teme la «guerra tra poveri»

Marta Quilici
E dopo Mirafiori? A sinistra si teme la «guerra tra poveri»

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PISTOIA. "Pomigliano, Mirafiori... e dopo?". È uno scenario che non interpella più soltanto le tute blu Fiat, ma tutti i lavoratori italiani, quello che ieri pomeriggio è emerso dalla tavola rotonda organizzata dalla Fiom nella sala maggiore del Palazzo comunale e che ha visto come protagonista il segretario nazionale del settore auto Fiom Giorgio Airaudo.  Luca Telese, giornalista de Il Fatto quotidiano e La7, ha coordinato il dibattito tra i politici invitati: Vincenzo Vita, senatore Pd, Francesco Ferrara (Sel), Alessandra Tibaldi (Idv), Paolo Ferrero, coordinatore nazionale della Federazione della Sinistra, Marco Rizzo segretario del Partito comunista Sinistra popolare. Davanti ai relatori, una sala maggiore affollatissima. «Segno - come ha sottolineato Telese - che Pistoia è ancora una città sana a cui il problema del lavoro interessa».  Sana però non è la situazione politica ed economica dipinta dagli intervenuti, tutti concordi nell'affermare come il modello-Fiat di Pomigliano e di Mirafiori non sia che «la testa di ariete - per usare le parole di Paolo Ferrero - con cui si vuole lanciare un forte attacco ai diritti dei lavoratori e alla democrazia».  «La questione di Pomigliano - ha spiegato Airaudo - è stata strumentalizzata nel più viscido dei modi facendo leva sul fattore meridionale. Facendo passare il messaggio, cioè, che quell'accordo che derogava al contratto nazionale, che peggiorava i diritti dei lavoratori, veniva applicato a Pomigliano, in quanto fabbrica del sud e come caso isolato. E invece non finiva lì, evidentemente. Lo stesso scenario si è appena concluso adesso a Mirafiori e poi forse sarà la volta della Sevel in Abruzzo e poi di Melfi, di Cassino. E chissà quale sarà la prima; forse quella in cui ci sono stati più scioperi, più agitazioni».  Oltre ai contenuti dei singoli accordi di Pomigliano e Miafiori, ciò che preoccupa per l'intero panorama italiano è l'accantonamento del contratto nazionale a cui viene sostituito quello individuale. «Quando al contratto nazionale si sostituisce quello aziendale - ha commentato Ferrero - si sancisce una guerra tra poveri in cui il lavoratore sarà sempre ricattabile perché altrove ci sarà sempre un lavoratore disposto ad accettare condizioni di lavoro peggiori».  «Il modello sindacale di Marchionne - ha proseguito Airaudo - sembra essere quello statunitense in cui il sindacato esiste in un'azienda solo se ha il 51% dei consensi; dove l'azienda stessa può fare attività antisindacale per dissuadere il lavoratore ad appoggiare il sindacato e in cui non esiste una Confindustria».  Ma quello lanciato ieri sera dalla Sala maggiore è anche un attacco alla politica che ha lasciato soli i lavoratori, non solo a destra, ma anche a sinistra, con Fassino che, aspirante a sindaco di Torino del Pd, non ha preso posizione contro la Fiat. «Il voto di Mirafiori - continua Airaudo - impone di essere preso in considerazione. Qui c'è un grande spazio che la politica deve occupare. Il punto è che serve una svolta politica in Italia: i lavoratori da soli non possono farcela perché la partita non è solo sindacale. Io sinceramente avrei voluto vedere come avrebbe fatto la Fiat, qualora avesse vinto il no, ad abbandonare Torino che è uno dei 6 o 7 siti al mondo in cui si producono auto da cento anni, in cui l'indotto dell'auto, dagli operai ai prototipisti, occupa 80mila persone».  L'appuntamento ricordato da tutti è quello di venerdì prossimo, il 28, con lo sciopero generale delle tute blu in attesa di quello generale della Cgil chiesto anche ieri sera a gran voce dalla maggior parte dei relatori. Ad invocare lo sciopero generale è stato, nel suo saluto iniziale, anche il presidente del consiglio comunale Marco Vettori che ha anche ribadito la sua adesione allo sciopero del 28. «Chi governa - ha invece affermato il segretario Fiom pistoiese Nicola Riva - deve rappresentare tutti, non solo chi è più forte. E se la globalizzazione è il problema, è la politica ad avere il compito di governarla».

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