Italia
Maltinti, saracinesche chiuse
Giulio Corsi
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Unimmagine degli scontri a Tunisi. A sinistra, la Maltinti di Serravalle e, sotto limprenditore Roberto Maltinti Da 7 giorni non apre la maxiesposizione di mobili in Tunisia
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PISTOIA. Al numero 115 di Avenue Uma, a Soukra Ariana, appena cinque chilometri fuori da Tunisi, sulla strada che porta a Cartagine, le saracinesche sono chiuse da sette giorni. Sigillate. Anche se la guerra urbana qua non è arrivata travolgente, rivoluzionaria, violenta come nel cuore della capitale, e a Thala, a Kasserine, a Regueb. I proiettili, le spranghe di ferro, i sassi e i mattoni, almeno qui, non hanno fatto danni. E lentamente, già da oggi, molti negozi riapriranno, nella speranza di un tenue difficile ritorno alla normalità. Riaprirà anche la maxiesposizione Casablanca, seimila metri quadri di mobili, nati 13 anni fa dall'intuizione di un pistoiese che in città e in Italia è famoso per due cose: l'amore per lo sport e la sua fabbrica di cucine di lusso, Roberto Maltinti. «Dal giorno in cui è iniziata la protesta e sono esplose le violenze sono in contatto stretto con i miei soci tunisini, i fratelli Essafi - racconta Maltinti, dal quartier generale della sua azienda, a Masotti -. La situazione là è pesante e temo che sarà molto difficile che riesca a normalizzarsi presto. L'impressione che ho ricevuto parlando con gli amici che ho a Tunisi, con i miei collaboratori, conoscendo la situazione che c'è là è che l'onda lunga della protesta proseguirà». Maltinti aveva già il biglietto aereo nel portafogli. Doveva partire ieri. Imbarco nel pomeriggio. E invece... «Avevo in programma proprio per oggi (ieri, ndr) la partenza per Tunisi ma sono stato costretto a rinviarla. Dovevo andare a sistemare le ultime pratiche per chiudere questa joint venture che mi ha dato molte soddisfazioni ma che adesso non mi entusiasma più. La rivolta di questi giorni non c'entra niente. È una decisione che avevo preso, d'accordo con i miei soci già da mesi. Troppe beghe doganali, tempi di attesa delle merci lunghissimi, clienti che alla fine restavano insoddisfatti da certe lungaggini. Così ho deciso di chiudere la società. C'era solo da mettere nero su bianco. Spero di riuscire ad andare la prossima settimana, se la situazione tornerà alla calma. Ma non sono così ottimista, sebbene le nostre attività non siano state toccate dalla rivolta. Nessun danno all'esposizione, la zona in cui lavoriamo è stata risparmiata dal caos. Ma siamo rimasti chiusi. I miei soci mi hanno raccontato che era tremendamente pericoloso anche raggiungere il negozio in auto. Da casa a lavoro devono percorrere dieci chilometri e rischiavano di essere dieci chilometri di slalom tra pistolettate ad altezza d'uomo. La cosa migliore era starsene chiusi in casa». Era il 1997 quando Roberto Maltinti insieme ai due fratelli Essafi fiutò il business Tunisia e decise di portare al di là del Mediterraneo una parte importante della sua attività. Attenzione però, non era delocalizzazione. Solo la scoperta di un nuovo mercato, la buca delle orate di un pescatore. Fino a quando rimase per pochi... «Tutto iniziò grazie ad un amico che mi portò alla fiera del mobile di Tunisi - ricorda Maltinti -. Scoprii un universo che non immaginavo. Erano gli anni in cui stavo uscendo non benissimo dall'esperienza della Pistoiese e l'idea di scoprire questo mercato internazionale destinato al nord Africa mi entusiasmò. Conobbi questi due fratelli che avevano un punto vendita di appena 50 metri quadri, ci mettemmo insieme e iniziammo a lavorare, ognuno portando le sue competenze». Nacque la Maltinti Tunisia e il lavoro per un bel po' andò alla grande. In 13 anni quel piccolo fondo è diventato un'esposizione di seimila metri quadri. L'uomo che la domenica si è sempre diviso tra stadio e palasport, con la sciarpa double face di Pistoiese e Olimpia, il lunedì mattina s'imbarcava in aereo e all'ora di pranzo aveva già la tuta da operaio e il cacciavite in mano per assemblare pensili e infilare lavastoviglie, e insegnare a farlo ai suoi collaboratori tunisini. Poi a sera telefono, agenda, scrivania e il lavoro più importante: quello commerciale. E dato che è proprio là dove c'è povertà vera che l'altro della medaglia regala ricchezza sfarzosa, la qualità, il design e il lusso italiano erano sorgenti d'acqua per le fantasie desertiche dei ricchi nordafricani intenti ad arredare le loro ville. Nella lista dei clienti della Maltinti Tunisia figurano tantissimi di quelli che oggi sono nella lista dei fuggitivi o degli arrestati dell'ex regime. A partire dall'ex presidente Zine El Abine Ben Ali. «Per una delle sue residenze gli abbiamo venduto 17 armadi - ricorda Maltinti -. Arrivavano i suoi emissari, sceglievano, ordinavano e pagavano. Ma abbiamo venduto arredamento anche a molti dei suoi parenti che in questi giorni sono al centro delle cronache. Le due figlie sono venute alcune volte in esposizione, anche la moglie, proprio in questi giorni stavamo assemblando delle cucine per dei fratellastri di Ben Ali. Ma tra i clienti abbiamo arredato anche case del presidente del Burkina Faso e di importanti personaggi dell'Algeria». Uomini che per una cucina che in Italia costa 15mila euro potevano pagarne anche 30mila. «C'è da considerare la questione doganale che influiva molto sull'innalzamento del prezzo, il trasporto dei materiali, il tipo di clientela», specifica Maltinti. Il business tuttavia era proprio questo: il mercato d'alto bordo. Un po' come accade da qualche anno per la Russia. «E noi eravamo là per vendere là, non come qualcuno potrebbe pensare per assemblare e poi riportare in Italia. Anche perché non avrebbe avuto senso, nel campo del mobile la manodopera non incide così tanto da delocalizzare. In un container c'entrano 20, 25 cucine smontate e solo cinque montate. Noi facevamo partire il materiale dall'Italia e in Tunisia l'assemblavamo. Io per primo lo facevo e lo insegnavo. Non è un lavoro difficile, ma quello tunisino è un popolo di persone buone, tranquille, ma un po' apatiche sul lavoro. Era fondamentale stargli dietro, incitarli a lavorare, a stare sul pezzo. Ho passato mesi con loro, ho girato da solo, scoprendo città bellissime e gente pacifica. Ma oggi ho paura per loro: un popolo abituato ad essere guidato che si trova d'improvviso a guidare se stesso può essere pericoloso. Una trasformazione meno traumatica sarebbe stata anche per loro più facile da vivere».
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