Lutto
Tutto esaurito al Nazionale per Ayala
Marta Quilici
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Alessandro Rocca Tanti studenti allo spettacolo in ricordo di Falcone e Borsellino
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QUARRATA. «Quello della mafia è un problema politico, non soltanto repressivo. Cosa Nostra non è solo un'organizzazione criminale, ma una struttura di potere che ha rapporti con le parti corrotte dello Stato». In due ore e mezzo di monologo, Giuseppe Ayala, pubblico ministero al maxiprocesso antimafia di Palermo, martedì sera ha raccontato sul palco del teatro Nazionale i suoi anni trascorsi a fianco di Falcone e Borsellino. Il suo spettacolo "Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino", tratto dal suo omonimo libro, ha fatto il tutto esaurito: un monologo intervallato da video, letture di atti e articoli di giornale interpretati da Francesca Ceci. Le riunioni nelle sale protette del palazzo di giustizia, i ricordi personali e l'amicizia con Falcone e Borsellino, la vittoria dopo la sentenza del maxi processo (16 dicembre '87) con 360 condannati, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, ma anche la solitudine e la frustrazione di fronte a uno Stato che, dal 1988, fece marcia indietro iniziando a sgretolare il pool antinamfia e il lavoro dei magistrati. Uno spettacolo, a tratti commovente, di cui, adesso, c'è bisogno del secondo atto: la lotta alla mafia oggi. Ayala ricorda il corpo bruciato di Paolo Borsellino, steso a terra in via D'Amelio: «L'ho riconosciuto dai denti e poi dal naso: sono stato il primo a vederlo così. Sarò l'ultimo a dimenticarlo». E, poche settimane prima, il corpo di Falcone: «Aveva soltanto un taglio sul sopracciglio: l'unico segno di quel gesto che trucidò un uomo, ma anche l'intera società». Ayala fu il pubblico ministero che portò al maxiprocesso il risultato delle indagini del pool antimafia. Nel suo spettacolo ricorda la forza dello Stato che in appena sei mesi fece costruire l'aula bunker in cui svolgere il maxi processo, ma ne ricorda anche la debolezza: «Quando Caponnetto tornò a Firenze - racconta - tutti ritenevano Falcone il suo erede naturale. Invece venne nominato Antonino Meli che iniziò a smembrare il pool antimafia. Lo stesso Caponnetto, dopo Capaci, disse che Falcone aveva iniziato a morire nel 1988. Le istituzioni ci lasciarono soli. Venne depotenziata la polizia giudiziaria e io, vincitore del maxi processo, fui messo a occuparmi di chi si allacciava abusivamente ai cavi dell'Enel. Borsellino fece una denuncia pubblica su Repubblica, ma non vi fu nessuna reazione. Ci chiedemmo perchè, e lo capimmo presto: nell'82 ci fu una guerra di mafia, furono sterminati tutti i vecchi capi. Il nostro lavoro si instaurò in un gap, un momento di interruzione dei rapporti tra una parte dello Stato e la mafia. Poi la mafia si riorganizzò e, dopo il maxi processo, si erano creati nuovi equilibri. C'erano nuovi referenti in Cosa Nostra e la parte sana dello Stato non riuscì più ad avere la meglio su quella corrotta».
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