Sicurezza
Un quartiere nel segno di Savioli
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In questa foto depoca gentilmente messa a disposizione dai residenti del quartiere, il villaggio in costruzione. A fianco il mercatino della frutta Voluto da Antonio Cariglia, fu progettato dal famoso architetto
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PISTOIA. "Là dove c'era l'erba ora c'è una città", cantava Adriano Celentano nel 1966. E benché il celebre molleggiato non avesse in testa alcun riferimento alla realtà pistoiese, il verso d'apertura del "Ragazzo della via Gluck" rende perfettamente l'idea di cosa fosse il Villaggio Belvedere prima di diventare il quartiere che conosciamo oggi. Il complesso residenziale del Villaggio, racchiuso tra via dei Prati, via della Pineta e piazza Belvedere, ha una data di nascita ben precisa: dicembre 1957. È proprio allora infatti che il consiglio comunale adotta il piano regolatore della città andando a prevedere un progetto di urbanizzazione in una zona completamente agricola. E il promotore di questo nuovo progetto urbanistico è Antonio Cariglia, ex segretario nazionale del Psdi morto a 86 anni nel febbraio di quest'anno, all'epoca consigliere comunale di Pistoia. È lui che propone di includere nel piano di fabbricazione della città anche la zona dello Scornio, Villaggio Belvedere compreso, indirizzando di fatto lo sviluppo urbanistico della città in quella nuova direzione. Il villaggio nasce come insediamento di edilizia popolare gestito dall'Istituto autonomo case popolari in accordo con Ina-Casa: il quartiere infatti insiste su due aree adiacenti, una di proprietà dell'Ina (la zona compresa tra via Dalmazia e via Belvedere dove nasceranno i quattro edifici e la chiesa), l'altra dello Iacp (la zona a destra di via Belvedere, dove verrà realizzato l'edificio torre). Sarà proprio l'accordo tra Iacp e Ina a far sì che il quartiere assuma un aspetto omogeneo: una zona sì in periferia ma completamente autosufficiente dotata di tutte le infrastrutture necessarie (fogne, viabilità, negozi...). A metà degli anni '50 l'architetto Roberto Cantamessi, nella porzione dell'Ina, elabora un piano di fabbricazione che prevede quattro edifici sfalsati tra loro. Vengono elaborati due progetti: uno firmato da Leonardo Savioli, l'altro da Leonardo Ricci, bocciato dalla commissione tecnica del Comune perché troppo avanguardistico. Vince il progetto elaborato nel '57 da Savioli, in collaborazione con gli architetti Santi e Melucci, che viene duplicato specularmente su tutto il lotto di terreno, ottenendo le quattro palazzine di tre piani (360 appartamenti complessivi) allineate e simmetriche rispetto a via dei Tigli. I lavori cominciano il 21 maggio 1958 e terminano il 31 maggio 1960. Il 21 luglio dello stesso anno avviene la consegna delle chiavi dei primi 200 appartamenti con una cerimonia in piazza Belvedere. Il primo ottobre comincia la costruzione della chiesa ideata da Giovanni Michelucci: il 31 giugno la chiesa del Sacro Cuore Immacolato di Maria è completata. Il periodo d'oro del quartiere è quello compreso tra il 1960 e il 1968: il Villaggio Belvedere non è più periferia, è un centro attivissimo, socialmente e politicamente, e appetibile anche da un punto di vista commerciale. A metà anni '60 infatti il supermercato Esselunga di viale Matteotti chiede e ottiene che la linea dell'autobus raggiunga anche il quartiere del Belvedere. Scoppia il '68 e fino alla metà degli anni '70 il quartiere conosce il suo periodo più politicizzato con l'impegno del Partito Comunista e l'esperienza di Lotta Continua. Dopo i fasti il declino: sono gli anni '80- '90 e il quartiere diventa famoso per i casi di prostituzione e tossicodipendenza. Quei problemi adesso sono risolti, ma il quartiere presenta tutt'oggi situazioni di degrado, soprattutto per quanto riguarda gli spazi comuni e il cemento armato a vista. A preoccupare però è anche la progressiva scomparsa della vitalità che per decenni ha animato il quartiere: un quartiere abitato quasi esclusivamente da persone anziane. L.G.
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