Toscana
Claudio Baldini aveva 9 anni: «Ricordo lo sciame di tute blu che tornavano dalla Breda»
Nozze d'oro per il Villaggio Belvedere zoccolo duro della classe operaia
Luca Giuntini
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Claudio Baldini in una vecchia foto a fianco le vasche del villaggio 3 MINUTI DI LETTURA
PISTOIA. «Essere del Villaggio è un marchio che ti rimane appiccicato per sempre, nel bene e nel male. Nel bene perché per noi che ci abitavamo era un posto bellissimo e pieno di vita, eravamo orgogliosi di viverci, nel male perché gli altri ci consideravano dei ghettizzati». Claudio Baldini aveva 9 anni quando fu inaugurato il quartiere del Villaggio Belvedere. Il periodo d'oro l'ha vissuto in pieno, gli anni '60- '70, prima di trasferirsi allo Scornio: «Posso dire che le chiavi del mio appartamento sono state tra le prime ad essere consegnate - ricorda -. Era il 21 luglio del 1960, avevano allestito un palco in piazza Belvedere per consegnare le chiavi a 200 famiglie. Mi ricordo che c'era un via vai continuo: le persone avevano caricato tutte le loro cose sui barrocci». Famiglie con due-tre figli, giovani coppie appena sposate sorridevano alla consegna delle chiavi di fronte alle telecamere della Rai, chiamate per l'occasione: «Per la mia famiglia, come per tutte le altre, le nuove case del Villaggio erano un lusso perché venivamo da situazioni difficili, da abitazioni con servizi igienici scarsi e senza acqua in casa. Trasferirsi in una casa dotata di tutti i confort, era un sogno. E poi i prezzi degli appartamenti erano accessibili: 10-12 mila lire al mese». Un quartiere di tute blu: questo era il Villaggio negli anni '60. La stragrande maggioranza degli uomini lavorava alla Breda e quando finivano il turno di lavoro tornavano a casa, tutti insieme, in bicicletta: «Uno sciame blu - racconta Baldini -. Li vedevi arrivare uno dietro l'altro. E appena smontavano di bicicletta, prendevano il posto di noi ragazzi nel campo di calcio». Un quartiere coeso, anche dal punto di vista sociale: non solo per lo zoccolo duro della compagine operaia, ma anche perché le famiglie che si erano trasferite erano più o meno coetanee, ognuna con due-tre figli: «Questo ha fatto sì che il quartiere invecchiasse tutto insieme e che si creasse un gruppo di ragazzi, dei quali facevo parte, praticamente coetaneo - afferma Baldini -. Condividevamo le stesse esperienze: nel '62 mio padre comprò la televisione, fummo i primi del nostro edificio. I grandi si ritrovavano nel nostro appartamento a guardare le partite di calcio, noi ragazzi a vedere i cartoni animati. E poi eravamo veramente discoli: mi ricordo che smontammo il tabellone del canestro del campo di basket che avevano appena costruito per utilizzarlo come zattera nella vasca del parco». Un quartiere unito che aveva punti di riferimento ben precisi: il bar Slao, dove adesso sorge un ristorante cinese, luogo di ritrovo e di appuntamento; il villone Puccini, dove i ragazzi andavano a giocare in compagnia dei pazienti ricoverati; il circolo Acli infine, bersaglio di scherzi e luogo di ritrovo per le tombole e le proiezioni dei film. Poi venne il '68 e la stagione dell'impegno politico: «Avevamo più o meno tutti 18-19 anni e abbiamo vissuto quella stagione pienamente - racconta Baldini -. Nacque un collettivo di quartiere legato a Lotta Continua con 35 iscritti sopravvissuto fino al 1975. Radio Onde rosse trasmetteva dal mio appartamento: il trasmettitore l'avevamo comprato a Livorno e riuscivamo a trasmettere fino a Pontelungo». Con il passare degli anni il quartiere è invecchiato, «ma anche oggi, chi torna al Villaggio Belvedere, anche se con un po' di malinconia si sente orgoglioso di aver vissuto un pezzo di storia della città».
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