Gioco
Allarme dal volontariato «Una situazione esplosiva nel carcere di S. Caterina»
Celle stipate, laboratori sospesi per mancanza di agenti L'aula per le lezioni? Un corridoio pieno di guano
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PISTOIA. L'ultimo caso, il 12 ottobre scorso. Un detenuto si è suicidato impiccandosi con le lenzuola al letto della propria cella nel carcere Santa Caterina di Pistoia. L'uomo era in galera dall'estate scorsa per aver commesso una rapina. Un gesto estremo che torna a evidenziare la preoccupante situazione del sovraffollamento: nella casa circondariale di via dei Macelli sono reclusi circa 150 detenuti, a fronte di una capienza di 79 persone. Adriano Mancini (nella foto piccola) ha 67 anni. Da 25 fa volontariato all'associazione "Il Delfino", onlus pistoiese che si occupa dell'assistenza ai detenuti del Santa Caterina e alle loro famiglie. Tratta tutti i carcerati del penitenziario come fossero suoi figli: offrendogli assistenza psicologica e materiale, e mettendo a disposizione un letto nel quale dormire per passare qualche ora di permesso premio. «E pensare che è cominciato tutto per caso». Mancini viene contattato circa 25 anni fa dal cappellano del carcere di Pistoia: «Cercava qualcuno che potesse aiutare un detenuto a conseguire il diploma di maturità - racconta - E siccome ho insegnato per una vita all'Istituto d'arte, gli sembravo la persona giusta. E' così che ho iniziato a prestare volontariato al Santa Caterina. E da allora ne ho viste di tutti i colori». Mancini e gli altri 15-17 volontari del Delfino offrono ai detenuti un sostegno pratico e morale: «Tutte le settimane facciamo dei colloqui con i carcerati che ne fanno domanda - spiega - Per aiutarli a superare i momenti di crisi, la frustrazione, l'ansia. Ci confidano le loro difficoltà, quanto sia dura la vita in cella. Ma soprattutto chiedono notizie della famiglia. Ci chiedono di riallacciare per loro rapporti che, a causa della detenzione, si sono interrotti bruscamente». E l'aiuto morale si trasforma quasi sempre in aiuto economico: «Madri e figli pagano spesso un conto molto più salato di quello del detenuto - afferma Mancini - Si trovano soli, a doversela cavare con le proprie forze, per colpe che non hanno commesso. Per questo cerchiamo per quanto possibile di aiutarli economicamente: facciamo piccoli versamenti sui conti correnti dei detenuti, cifre piccole per consentirgli di effettuare le telefonate o acquistare una carta prepagata, oppure per comprare i francobolli. Ma non possiamo fare più di tanto: il nostro unico sostentamento economico arriva dall'otto per mille». Poi, una volta a settimana, in occasione del colloquio, i volontari portano anche pacchi pieni di indumenti. Tutto è sistemato e imbustato in base al tipo e alla taglia in un grande armadio: «Se hanno bisogno di ciabatte, pigiami, magliette, biancheria intima, glieli portiamo - racconta Mancini - Tutto vestiario comprato ex novo. Non possiamo accettare niente che sia stato già utilizzato: questo anche per garantire una maggiore sicurezza». Nella stessa stanza, di fronte all'armadio con il vestiario, ce n'è uno altrettanto grande pieno di generi alimentari per le famiglie: pasta, zucchero, sale, biscotti. Il frigorifero tra i due armadi invece è pieno di formaggio. Nell'ufficio dell'associazione, appeso al muro, c'è una tarsia enorme, un paesaggio con alberi e animali: «Bello vero? - interviene Mancini - L'ha fatto un detenuto. Tramite i nostri volontari, infatti, riuscivamo anche a organizzare dei laboratori di tarsia in carcere, una specie di "bottega rinascimentale". Purtroppo, per la mancanza di personale penitenziario, non è più possibile tenere i laboratori. I detenuti adesso sono circa 150. Il personale penitenziario che presta servizio invece è di circa 40 unità. E' un peccato: per i detenuti è d'aiuto sapere di poter contare su un'attività che gli permette di svagarsi e occupare il tempo e la mente in maniera diversa». Adesso che il laboratorio non c'è più, ai detenuti non rimane che l'ora di socializzazione: «Gli viene concesso, un'ora al giorno, di poter andare in un'altra cella, ad esempio per giocare a carte - spiega Mancini - La situazione è esplosiva: celle pensate per ospitare sei detenuti ne ospitano nove. Contando che la superficie calpestabile di una cella è di circa 6,6 metri quadrati, al detenuto resta meno di 1 metro quadro di spazio. E in quello spazio ci passa 20 ore al giorno». Per non parlare delle condizioni fatiscenti della struttura: «L'aula scolastica dove tengono le lezioni di alfabetizzazione e lingue è in realtà un corridoio ricoperto di guano di piccione - racconta Mancini - E quando piove e non possono fare l'ora d'aria concessa due volte al giorno in cortile, la fanno in palestra, dove lo spazio è ancora più angusto». Tra i 150 detenuti attualmente al Santa Caterina, Mancini racconta un caso in particolare: «Un uomo sta subendo un trattamento di chemioterapia - racconta - Il personale lo cura in un ambulatorio accanto alla cella e quando il trattamento è finito torna lì. Con l'assistente sociale abbiamo cercato di trovargli una struttura dove potesse curarsi in maniera più adeguata. Ma non gli viene permesso». Ad aiutare l'associazione Il Delfino nell'opera di volontariato all'interno del Santa Caterina c'è anche la cooperativa "In Cammino", che si occupa in particolare del reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti che possono accedere alle misure alternative. «La pena deve tendere alla rieducazione del condannato, lo dice la Costituzione - afferma Antonio Sammartino - Il nostro compito è stringere accordi con le aziende del territorio e per cercare di attivare degli stage formativi per i detenuti all'interno dell'azienda stessa. A Pistoia c'è grande sensibilità, soprattutto da parte delle piccole imprese artigiane. E i dati ci danno ragione: c'è un'alta percentuale di detenuti che poi vengono assunti a tempo indeterminato».
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