Gioco
Inceneritore. Testimone al processo, direttore Arpat anticipa i risultati dello studio sulla diossina
«Rilevante causa di contaminazione»
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A destra linceneritore di Montale Sotto, membri del Comitato contro linceneritore prima di una delle udienze del processo Ricostruita in aula la sequenza dei controlli per gli sforamenti del 2007
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PISTOIA. Una diffusa contaminazione del territorio. Che non può essere certamente imputabile unicamente all'inceneritore, ma della quale, sicuramente, l'impianto di Montale è una causa rilevante. E' quanto, fino ad ora, è emerso dallo studio in corso sulla qualità del suolo, delle acque e dei licheni che l'Arpat di Pistoia sta conducendo nell'area di "ricaduta" del termovalorizzatore. Una valutazione già contenuta nelle relazioni parziali ad oggi rese pubbliche (si tratta di uno studio triennale, che si concluderà con il 2010), ma che Claudio Coppi, responsabile del dipartimento Arpat di Pistoia, ha ribadito ieri mattina, chiamato sul banco dei testimoni nel corso del processo in corso in tribunale per gli sforamenti di diossina e furani avvenuti nel 2007. Parole che non influiranno sul procedimento giudiziario in questione, ma sicuramente destinate a richiamare l'attenzione di quanti, da anni, contestano la presenza dell'impianto. Imputati davanti al giudice monocratico sono Giorgio Tibo, l'allora presidente del consiglio di amministrazione del Cis (la società che gestisce il termovalorizzatore), e Maurizio Capocci, tuttora responsabile del funzionamento dell'impianto. Emissione di diossine e furani oltre i limiti previsti dalla legge, le accuse. Ma non solo. C'è anche quella di aver mantenuto in funzione l'impianto pur essendo a conoscenza - sostiene la procura - che stava diffondendo nell'atmosfera sostanze altamente inquinanti. I fatti risalgono al maggio-luglio 2007. Le analisi effettuate dall'Agenzia regionale per l'ambiente sui campioni prelevati il 3 maggio 2007 avevano evidenziato che il valore massimo delle emissioni (0,1) era stato di gran lunga superato, arrivando a 0,6. Così come anche le analisi sui campioni prelevati il 17 luglio successivo confermarono uno sforamento: 0,3. Sforamenti, in entrambi i casi, furono rilevati anche per l'emissione di furani. La procura sostiene che l'impianto fu mantenuto in funzione fino alle ore 14 del 21 luglio sebbene Tibo e Capocci fossero venuti a conoscenza dello sforamento il 6 giugno, il 27 giugno e il 12 luglio precedenti. I controlli. Ieri mattina, Claudio Coppi è stato chiamato a testimoniare proprio sui controlli che l'Arpat eseguì in quei mesi. Ha spiegato come fino al 2005 i controlli venivano effettuati ogni due anni. Poi, con l'adeguamento ai nuovi limiti di emissioni stabiliti dalla normativa europea, nel maggio 2006 (il 3 e il 4) fu fatto un campionamento straordinario. Le analisi furono condotte poi dal laboratorio di Firenze e i risultati - che attestavano gli sforamenti - furono comunicati solo il 16 luglio. «Ero a Firenze per un comitato tecnico - ha detto Coppi - e fui io personalmente a ritirarli. Essendo risultati non ordinari, quello stesso giorno telefoni sia all'assessore provinciale all'Ambiente che al Comune di Montale. E il giorno successivo ho inviato una comunicazione ufficiale ad Asl, Comune e Provincia. Quello dopo, ho inoltrato la comunicazione di notizia di reato». Coppi ha spiegato come qualche giorno prima - attorno al 12 luglio - il Cis avesse comunicato all'Arpat di aver riscontrato, durante una verifica da parte della ditta privata incaricata della manutenzione, un'anomalia nel sistema di filtraggio, la cui causa, però, riteneva di aver già individuato e rimosso. «Perciò, di conseguenza, quando arrivarono i risultati, venne deciso di fare un ulteriore prelievo, per verificare se ciò fosse vero. Venne programmato per la settimana del 20-24 luglio. Poi però, siccome il sindaco di Montale manifestò l'intenzione di fermare immediatamente l'impianto, fu anticipato al 17: i prelievi devono essere eseguiti con i forni in funzione. Purtroppo, anche il secondo controllo evidenziò un superamento dei limiti. Evidentemente le cause non erano quelle ipotizzate dal Cis». I carboni attivi. Secondo il Cis - e questa è anche una delle principali tesi degli avvocati difensori - gli sforamenti sarebbero stati causati dai carboni attivi utilizzati per l'abbattimento degli inquinanti che erano stati inviati dalla ditta produttrice di una qualità inferiore a quella richiesta (su questo è in corso una causa civile). E proprio sui carboni attivi si sono quindi concentrate molte domande delle parti nel corso dell'udienza di ieri. «La cattiva qualità dei carboni può essere sicuramente causa di un superamento dei limiti - ha spiegato Coppi - ma la certezza che questa fosse l'unica causa non l'avevo allora e non l'ho adesso». Anche perché, secondo Coppi, i carboni attivi eventualmente responsabili del malfunzionamento sarebbero stati quelli immagazzinati nel silos-serbatoio nel dicembre 2006. «Facendo un esame dei quantitativi consumati - ha spiegato - si è potuto arguire che quella partita di carboni, stratificata sopra la precedente, è entrata in uso solo attorno a maggio e lo è rimasta fino a luglio, fino al blocco dell'impianto. Quella successiva, scaricata nel silos il 26 giugno, di fatto, non è mai stata utilizzata. Ma è solo un'ipotesi». Ipotesi che confuterebbe la tesi difensiva, basata sulle analisi eseguite sulla partita di carboni attivi scadenti acquistata dal Cis a fine giugno. Per l'Arpat non sarebbe certo la causa dello sforamento documentato a maggio, né, probabilmente, di quello del 17 luglio. Prossima udienza, 29 ottobre.
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