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IL SINDACATO
«Quella terza branda, indice di condizioni di vita inumane»
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PISTOIA. «Come sindacato ci risulta che per l'ennesima volta la terza branda è stata fatale, in quanto ha costituito l'"appiglio" per compiere questo terribile gesto. Terza branda che più volte abbiamo segnalato sia come pericolosità che come sintomo di una condizione di vita inumana». Riccardo Palombo, delegato della Cgil-Funzione pubblica per la polizia penitenziaria di Pistoia, punta il dito contro la grave situazione di sovraffollamento della casa circondariale di Santa Caterina. Sovraffollamento di cui la terza branda, quella che si trova a due metri e mezzo di altezza, a contatto con il soffitto delle celle, rappresenta un simbolo: un appiglio a cui legare un lenzuolo, un disagio in più che spesso può concorrere a spingere verso il suicidio. «Certo, il sovraffollamento è un problema generalizzato nei penitenziari italiani, ma sono i suoi effetti che variano da penitenziario a penitenziario» spiega Palombo. Come a dire: se per Firenze 50 detenuti in più non sono nulla, per Pistoia sono un'emergenza. «Spesso c'è chi in cella è costretto, come accade anche in questi giorni, a dormire per terra o sui tavolini». A ciò si aggiunge il problema della carenza di personale: a Pistoia è sotto organico di oltre il 40%. «E questo determina il lavorare al di sotto dei livelli minimi di sicurezza. Con agenti che coprono da due a quattro posti di servizio contemporaneamente». La Cgil è consapevole che il rispetto della capienza tabellare sarebbe un sogno. «Di tanto in tanto, il provveditorato regionale dispone il trasferimento di 10-20 detenuti - spiega Palombo - ma dopo dieci giorni siamo al punto di partenza. Una soluzione? Il suggerimento che come sindacato diamo è che ogni volta che si arriva a quota cento non vengano accolti altri detenuti. Noi non possiamo far altro che proporre, dovrebbero essere le autorità competenti, di concerto tra loro, a far sì che questa regola fosse messa in atto. In futuro, sicuramente, intraprenderemo delle iniziative coinvolgendo le istituzioni locali, affinché ognuno si assuma le proprie responsabilità, affinché tutto non debba sempre e comunque ricadere sulla polizia penitenziaria, anche per quanto riguarda gli aspetti di rilevanza penale».
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