Il dolore
«L'Italia, è un paese fermo»
Marta Quilici
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Sopra unimmagine di Cork, in Irlanda, a fianco Caterina Totaro Caterina Totaro, 33 anni e due lauree, da tre anni vive a Cork, in Irlanda
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PISTOIA. Trentatré anni, due lauree in scienze giuridiche e servizi sociali, un anno di servizio civile internazionale in Irlanda, un master in diritti umani e gestione dei conflitti, uno stage in una Ong argentina e un altro all'ambasciata italiana in Perù. Caterina Totaro è una di quelle tante giovani menti italiane che il nostro Paese si è fatto scappare. Nata a Pistoia, classe 1977, lavora e abita in Irlanda ormai da tre anni. Un paese simile all'Italia per molti aspetti - primo tra tutti la forte emigrazione dettata dalla povertà nel dopoguerra - ma che ha saputo reagire e che ha fatto dei suoi cittadini una risorsa da cui attingere per il progresso dell'intera nazione. Questa, almeno, è una delle qualità che hanno convinto Caterina a trasferirsi nel 2007 in Irlanda. E qui, poco più di un mese fa, a luglio, Caterina si è anche sposata: suo marito si chiama Antonin, è francese, e lavora anche lui nel mondo della cooperazione internazionale e del volontariato; l'ha conosciuto in Irlanda sette anni fa, durante l'anno di servizio civile internazionale. Caterina attualmente lavora a Cork come coordinatrice di un progetto di educazione e formazione di volontari per progetti di sviluppo all'estero. La formazione. «I miei viaggi sono iniziati sette anni fa - spiega -. Dopo essermi laureata in scienze giuridiche all'università di Firenze, ho deciso di iscrivermi, nello stesso ateneo, a un secondo corso di laurea in servizi sociali. Mi mancava soltanto la tesi quando nel 2004 ho deciso di partecipare al programma ministeriale di servizio civile internazionale in Irlanda. Concluso l'anno, ho deciso di preparare la mia seconda tesi sull'esperienza che avevo appena terminato e così ho continuato a fare per qualche mese avanti e indietro. In quel periodo ho anche conosciuto mio marito. Nel 2005, poi, sono ripartita per un stage di sei mesi in un progetto di sviluppo internazionale del Cospe (un'importante Ong di Firenze) a Buenos Aires, in Argentina. Nel 2006, poi, sono partita per il Per il Perù dove ho lavorato nel settore di cooperazione internazionale all'interno dell'ambasciata italiana». A cavallo tra il 2006 e il 2007 Caterina ha passato sette mesi in Italia durante i quali ha frequentato il master in diritti umani e gestione dei conflitti all'istituto Sant'Anna di Pisa. Poi è tonata in Irlanda: «Ho lavorato un anno e mezzo a Dublino in una organizzazione non governativa, la Cristian Aib, che ha sede in Inghilterra e che supporta alcuni progetti di cooperazione in vari paesi del mondo». La sua vita oggi. «Adesso abito a Cork dove lavoro per la Intercultural Learnin Association come coordinatrice di un progetto di educazione e formazione di volontari irlandesi in progetti di cooperazione internazionale in Asia, Africa e America Latina». Caterina torna in Italia, a Pistoia, soltanto due o tre volte all'anno «e spesso - ammette - soltanto per un fine settimana. Sono contenta, delle mie origini italiane e considero ancora Pistoia come "casa mia". Dopo sette anni di assenza dall'Italia, però, non so se riuscirei a ri-adattarmi alla vita e alla realtà lavorativa italiana. Non esiste un paese perfetto, ma l'Italia adesso è sicuramente un paese fermo, come se fosse caduto in un sonno profondo. Le capacità ci sono, ma manca il dinamismo per metterle a frutto. L'Irlanda invece è un paese giovane e molti emigrati (o i loro figli) stanno tornando per dare il loro contributo allo sviluppo del loro paese, portando innovazioni e ricchezze. In Italia si cerca ancora in molti casi il lavoro sotto casa, accanto a mamma e papà. C'è un po' di paura. Invece dovrebbe essere obbligatorio secondo me che tutti facessero almeno una esperienza all'estero». E per mettere su una famiglia? Dei figli? «Non so dove nasceranno o cresceranno i miei figli. Probabilmente il luogo sarà dettato dalle esigenze lavorative contingenti. Vorrei però che i miei figli si sentissero cittadini del mondo, che si sentissero a casa in ogni luogo. La casa, in fondo, è semplicemente il luogo in cui si hanno gli affetti».
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