Il Tirreno

Pistoia

Il segreto? «Bussavamo casa per casa»

Saverio Melegari
Corsino Corsini, dirigente negli anni dei trionfi del Cervo Bianco, qui in costume per il corteggio storico
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Corsino Corsini, dirigente negli anni dei trionfi del Cervo Bianco, qui in costume per il corteggio storico

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 PISTOIA. All'origine di tutto c'è una piccola squadra di bar che, nel 1974, partecipava al campionato Aics. Era il "Bar Italia" di porta Lucchese, il rione è il Cervo Bianco, il mentore Corsino Corsini.  Può sembrare strano, eppure se oggi esiste la Giostra dell'Orso buona parte del merito è di quella squadra. Brunero Tuci, "Bruschino", andò a bussare alla porta di Corsini con questa domanda: «Perché non rifacciamo il Palio?». Giorni oramai lontani.  Corsini, cosa ci racconta della rinascita, cioè il Palio calcistico del 1974?  «Volevamo fare una sfilata e decidemmo, con gli altri rioni, di concluderla sulla pista d'atletica dello stadio la sera della gara inaugurale e fu una scommessa vinta».  Perché?  «Nelle riunioni di preparazione al Palio pensavamo di aprire soltanto la tribuna. Una sera, però, Giancarlo Innocenti disse: "Ma quale tribuna? Apriamo tutto lo stadio". Qualcuno disse di no ma, alla fine, ebbe ragione. Nella serata inaugurale riuscimmo a vendere 11.000 biglietti e nessuno ci credeva».  E quello fu il volano per far ripartire la Giostra l'anno successivo.  «Non è per essere di parte, ma se non ci fosse stata la struttura della Verginina difficilmente avremmo avuto una Giostra di qualità. Alla base della rinascita, però, c'erano gli uomini perché il Palio riusciva ad unire persone che avevano orientamenti politici diversi».  Cosa ricorda della Giostra del '75, quella della ripartenza?  «Facevamo la guardia ai cavalli per la paura che qualcuno entrasse nelle scuderie. Il primo anno riuscimmo a vincere grazie a Luciano Niccoli ed al romano Vittorio Gigli, primo cavaliere proveniente da fuori città e andammo a mettere la nostra bandiera anche al Vescovado. Era una manifestazione costosa visto che come Cervo Bianco spendemmo 850.000 lire, però venivamo anche ripagati: nel 1978, per festeggiare il successo, fu chiusa al traffico via Sacconi ed avevamo a cena 1.300 persone».  E dove trovavate i fondi necessari per andare avanti ogni anno?  «Viaggiavamo nel rione bussando casa per casa chiedendo qualche contributo e così le persone si sentivano coinvolte, così come cercavamo l'aiuto dei bar. In porta Lucchese avevamo coniato il motto, grazie a Giancarlo Innocenti, "ad ogni finestra e ad ogni balcone, metti la bandiera del tuo rione". Dopo qualche anno, però, la spinta iniziale terminò quando le associazioni cercarono di entrare all'interno del comitato organizzatore».  Cosa non va oggi?  «Intanto una mancanza di riconoscenza verso persone che non ci sono più e mai sono state ricordate come, per esempio, Alfredo Lomi, Alberto Cheli, Omero Banci, Piero Betti. Oggi della Giostra se ne parla un giorno l'anno e mancano le sedi rionali. Come sarebbe bello, per un anno intero, esporre il cencio da far vedere ai bambini».  Se fosse presidente del Comitato cittadino, quali idee promuoverebbe per rilanciare la Giostra?  «Intanto dare un aspetto più medievale alla gara: nei vari angoli della città, ci vogliono le raffigurazioni dei rioni con le bandiere esposte per tutto l'anno. E poi inserire i comitati all'interno delle circoscrizioni per farli entrare maggiormente a contatto con la città, la sfilata storica allo stadio e far correre i cavalieri esclusivamente nel proprio rione».

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