Il Tirreno

Pistoia

«Ideammo la corsa a inseguimento: fu subito successo»

Saverio Melegari
«Ideammo la corsa a inseguimento: fu subito successo»

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 PISTOIA. L'impresa più bella? Avere quindicimila persone allo stadio per la finale del palio calcistico. Le difficoltà maggiori? Mettere in piedi la Giostra del 1975, con venti centimetri di terra come pista e le transenne da cantiere per tenere il pubblico al sicuro.  Questo era il passato: la voglia di far tornare una gara che a Pistoia mancava dal 1957, un gruppo di persone che lavorava con passione, dedizione e voglia di riportare in città un po' di tradizioni andate. Fra i personaggi di maggiore spicco c'è Montalvo Bellari, rionale del Leon d'Oro, che contribuì in maniera importante alla rinascita della Giostra.  Diciott'anni senza la Giostra. Come mai?  «Durante quel periodo, la piazza non era agibile ma, quando ritornò libera, insieme a Lomi, Bruschino, Soldani e Innocenti decidemmo che era il caso di ripartire con una importante novità: far diventare la Giostra una corsa ad inseguimento, con l'anello all'interno di piazza del Duomo e non più con la partenza dal tribunale. E fu subito un successo».  La Giostra del 1975, però, ebbe l'anno prima un importante prologo, vero?  «Con lo stesso manipolo di persone ci venne in mente il palio calcistico, e la sfilata inaugurale a fine giugno che fu qualcosa di strepitoso, mentre per la finale allo stadio c'erano più di diecimila spettatori. Fu quella la molla che ci spinse a ripartire, sorretti anche dai rioni. Non fu facile, visto che bisognava passare casa per casa a chiedere i contributi, visto che di soldi non ce n'erano e il Comune iniziò a dare il suo sostegno solo quando vide che la manifestazione aveva sempre più seguito».  Dalla rinascita fino a metà anni Ottanta, trasudava l'entusiasmo per il "Luglio". Come mai, poi, la passione si è affievolita?  «C'era ancora tanta voglia di stare insieme e nei rioni convivevano ancora quattro generazioni, cosa che adesso non accade più. Oggi, della Giostra se ne parla un mese l'anno e si vive solo per vincerla. E' vero che è il premio più ambito, ma dovrebbe rientrare in un programma più ampio di eventi durante tutto l'anno».  La leggenda parla, negli anni della rinascita, di riunioni infuocate. E' vero?  «Il ritrovo era a casa mia in via Sant'Andrea e, quasi sempre, si litigava, e anche di brutto. La cosa più bella, però, è che quando si andava a letto le decisioni erano state prese, e all'unanimità».  Quali sono i pregi ed i difetti maggiori della Giostra degli anni Duemila?  «Il ricambio generazionale che c'è stato ha portato ogni rione a rimanere chiuso in se stesso, e, soprattutto, i giovani sono disinteressati. Nonostante questo, dopo 35 anni vedo quello che avrei voluto fare io, con la presenza di tanti tamburini e la rievocazione della processione di San Jacopo. E poi correre in notturna, il chiodo fisso di Bruschino, è stato un vero successo: a suo tempo, noi avevamo detto di no per non andare contro la tradizione medievale, ma oggi mi devo ricredere».  Se, oggi, fosse presidente del comitato cittadino, cosa proporrebbe?  «Un vecchio proverbio dice che Pistoia è la città della noia. Volevo creare un'entità rionale attiva tutto l'anno, dove i giovani potevano capire le radici delle tradizioni pistoiesi e le donne lavorare per preparare vestiti storici per le sfilate».

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