Gioco
L'uomo italiano di oggi vive con superficialità la sua felicità è ingannevole
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Da sinistra Zagrebelsky e Carifi sotto Lèvinas, Severino e OvadiaRoberto Carifi introduce al Festival "Dialoghi sull'Uomo" «Vivo l'età contemporanea come un'età allo sfascio»
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PISTOIA. «Vivo l'età contemporanea come un'età allo sfascio, sia da un punto di vista filosofico che storico. Vedo un futuro di speranza soltanto nelle piccole comunità organizzate, come quelle buddiste, ma non solo. Non credo più nei grandi cambiamenti». Religione, pensiero, società, politica, economia: è il festival "Dialoghi sull'Uomo" organizzato da Comune di Pistoia e Fondazione Cassa di risparmio per il 28, 29 e 30 maggio. Il festival ha l'ambizione di raccontare l'uomo moderno attraverso molte voci illustri del panorama culturale, filosofico ed economico contemporaneo. Abbiamo chiesto a una delle voci pistoiesi più profonde e taglienti nell'ambito poetico e filosofico, quella di Roberto Carifi, di introdurci a questi temi che il festival propone. «Tra tutti gli ospiti del festival - spiega Carifi - quello a cui sono più legato è Emanuele Severino». Severino, tra i più importanti filosofi italiani viventi, parla della tecnica come caratteristica della modernità. «Anche se - precisa Carifi - quando io parlo di tecnica guardo soprattutto a Martin Heidegger». La tecnica per Heidegger è una dimensione dilagante in cui l'uomo si perde nella vacuità dell'affaccendarsi e nella futilità del "macchinare" perdendo di vista se stesso e il rapporto autentico con l'altro e con il mondo: nella tecnica il rapporto con le cose e con l'altro è di sopraffazione e dominio. «Dal punto di vista storico - spiega Carifi - noi assistiamo, più che mai in questo momento, al dominio della tecnica. L'uomo occidentale vi è immerso. La tecnica è il capitalismo, inteso nel senso più ampio possibile. È, come dice Heidegger, il lasciarsi andare "nel fare e macchinare" allontanandosi dall'Essere. Non vedo per questa età un possibile cambiamento, se non all'interno di piccole comunità organizzate, come quelle buddiste, ad esempio». E aggiunge: «A questo atteggiamento si oppone il concetto di "abbandono", inteso come distacco, ma anche come "lasciar essere": è l'agire gratuito, senza utilitarismi. Anche questo è un concetto heideggeriano, ma è presente soprattutto in Meister Eckhart e anche nella cultura orientale. Mi vengono in mente in proposito le parole di Chuang Tzu: "avete un grande albero e vi preoccupate della sua inutilità. Perché non lo piantate nel paese del nulla e dell'infinito". Ecco, l'albero di Chuang Tzu non va segato, ma va fatto fiorire: qui sta la differenza tra la tecnica e l'abbandono». E per quanto riguarda l'Italia: «non saprei descrivere l'uomo italiano: per me non hanno senso queste distinzioni. Posso parlare di quello che vedo intorno a me: vedo persone intente a fare carriera e votate al denaro. Non tutte ovviamente. E non sempre fare carriera è da considerarsi in modo negativo». È l'uomo del divertissement? «Sì, ecco. Per dirla con Pascal: l'uomo che vedo intorno a me è l'uomo del divertissement, che vive nella "diversione", cioè il contrario di "attenzione". Diciamo che vive superficialmente. Forse è anche più felice di me, anche se la sua è una felicità spuria, ingannevole. Ma questo, del resto, è l'uomo normale. Sono io, casomai, che non sono normale». Se si parla dell'uomo, non si può non parlare di "identità" che apparentemente sembra opporsi al concetto di "differenza". «L'identità - spiega Carifi - deve per forza passare attraverso l'altro: cammina verso l'altro. Lévinas ci ha insegnato molto in proposito. Un'identità che si vuole porre come rigorosa, che rimane in-sé e che non si confronta con l'altro-da-sé, in realtà non può chiamarsi identità. Diciamo che è incompleta. Questa è una riflessione importante anche da un punto di vista sociale, ad esempio riguardo alla paura del diverso: se si intende affermare la propria identità ripudiando il diverso, si sbaglia, perché è necessario passare attraverso l'altro. Se mi chiudo in me stesso muoio, metaforicamente, ma muoio». Il rapporto con l'altro implica farsi carico della propria responsabilità nei suoi confronti: «Il sentimento che domina su tutto è la compassione - afferma Carifi -. Ma, tornando al pensiero di Lévinas, "io sono l'unico responsabile". Ciò significa che ognuno deve porsi come se fosse l'unico responsabile nei confronti dell'altro: io, in prima persona, sono responsabile anche di quello che fanno i bambini in Africa, anche se non li conosco». L'uomo è immerso anche in una dimensione religiosa. «La religione - afferma Carifi - significa "essere legati a qualcos'altro", per esempio a Dio. Ma religione è anche ciò che io sento dentro, come l'illuminazione buddista: anche quella è religione, anche se c'è una differenza enorme tra i due significati. Non si può, a questo proposito, dimenticare la figura di Cristo: non parlo del Cristo della Chiesa, anche se non voglio dire che Cristo non appartiene alla Chiesa. Ma il Cristo che intendo io è quello nudo, che assomiglia al Buddha: li accomuna la povertà, ad esempio, e la compassione. Anche in questo caso ci sono enormi differenze, ma io per religione intendo qualcosa che non è calato dall'alto, ma che viene da dentro: qualcosa che si illumina dentro di me. Anche amare questo fiore e non pestarlo è un atto religioso. Come diceva Angelo Silesio: "la rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce, di sé non gliene cale, non chiede di esser vista"».
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