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«Dateci un terreno dove costruire la nostra moschea»

Tiziana Gori
«Dateci un terreno dove costruire la nostra moschea»

Insieme ad altri 3 fratelli musulmani, alle una in punto Abdallah e Mhamed entrano nel fondo di Sant'Agostino preso in affitto due mesi fa. Sotto i loro piedi tappeti rossi ricoprono il pavimento e loro vi si inginocchiano, le djalaba (i lunghi abiti che indossano i musulmani durante la preghiera) s'intravedono appena sotto i piumini e i cappotti invernali. I loro corpi sono rivolti verso la Mecca, s'inginocchiano e si rialzano più volte, invocando il loro Dio

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PISTOIA. Insieme ad altri 3 fratelli musulmani, alle una in punto Abdallah e Mhamed entrano nel fondo di Sant'Agostino preso in affitto due mesi fa. Sotto i loro piedi tappeti rossi ricoprono il pavimento e loro vi si inginocchiano, le djalaba (i lunghi abiti che indossano i musulmani durante la preghiera) s'intravedono appena sotto i piumini e i cappotti invernali. I loro corpi sono rivolti verso la Mecca, s'inginocchiano e si rialzano più volte, invocando il loro Dio.

La preghiera dura in tutto non più di dieci minuti. Viene ripetuta cinque volte al giorno. Abdallah (foto a lato) e Mhamed invitano la comunità pistoiese ad andarli a vedere al venerdì, quando tra i 200 e i 300 musulmani si ritrovano in via Quasimodo, a Sant'Agostino. «Non abbiamo niente da nascondere - affermano - Siamo gente di pace. I nostri figli sono nati qui, alcuni di noi hanno preso la cittadinanza italiana».
Perché questa premessa se la comunità islamica è presente a Pistoia dal 1996, un lasso di tempo che dovrebbe aver contribuito a stemperare paure e diffidenze? Perché nel frattempo sono avvenuti episodi che hanno segnato la storia dell'umanità e l'islamico, il diverso, è diventato un nemico.

Non a Pistoia, la nostra città - ripete con orgoglio poco dopo il sindaco Renzo Berti - può farsi fregio della capacità di accogliere anche chi è portatore di una cultura diversa, se viene in pace. Ma anche qui le difficoltà da superare rimangono tante. E il trasferimento della comunità musulmana da via Dalmazia a via Quasimodo non è passato inosservato. Nonostante la traversa del viale Fermi sia lunga poco più di un centinaio di metri e conti qualche attività commerciale, un'abitazione privata, una banca e il rinomato ristorante Manzoni.
«A dicembre - spiega Bouchaib Harrousse (nella foto in alto), imam della comunità islamica - abbiamo preso in affitto un fondo da un imprenditore del posto. Lo usiamo solo come luogo di culto, ci ritroviamo lì per pregare, e una volta finita la preghiera ce ne andiamo».
Una precisazione importante, perché la copiosa presenza di musulmani aveva creato qualche malumore. Inutile nasconderlo, qualcuno aveva storto la bocca. La solita paura, difficile da vincere. «Nonostante - spiega Abdallah - appena arrivati avessimo bussato a tutte le porte per segnalare la nostra presenza».
«In tutta Europa - dice Bouchaib Harrousse - quelli di Pistoia sono conosciuti come i sufisti più bravi (dice proprio così, ndr). Se qualcuno si comporta male siamo noi i primi a segnalarlo alla questura. Sappiamo di essere ospiti in questa terra. E Islam è rispetto».

La comunità islamica si era preparata da alcuni giorni per ricevere la visita del sindaco Berti, che ha dovuto però rimandare per impegni intercorsi nel frattempo. «Lo aspettiamo - dice Mhamed -, il sostegno delle autorità potrebbe aiutarci a farci accettare meglio dai pistoiesi. A lui vorremmo chiedere solo una cosa: un luogo di culto nostro, dove poter pregare senza la preoccupazione di dover pagare alti affitti a fine mese. Molti di noi lavorano a Prato, alcuni sono rimasti senza lavoro per la crisi. Sarebbe già tanto non dover pagare l'affitto».

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