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Lavoro fasullo ai detenuti

Tiziana Gori
Una pattuglia di carabinieri impegnata in un controllo. A destra, il carcere di Santa Caterina
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Una pattuglia di carabinieri impegnata in un controllo. A destra, il carcere di Santa Caterina

L'ultimo caso è di pochi giorni fa: un detenuto quarratino di 49 anni denunciato dai carabinieri alla Procura e al Tribunale di sorveglianza di Firenze per aver presentato documenti falsi che gli avrebbero permesso di ottenere misure alternative alla detenzione nel periodo residuo di pena da scontare dopo i tre anni condonati grazie all'applicazione dell'indulto.

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PISTOIA. L'ultimo caso è di pochi giorni fa: un detenuto quarratino di 49 anni denunciato dai carabinieri alla Procura e al Tribunale di sorveglianza di Firenze per aver presentato documenti falsi che gli avrebbero permesso di ottenere misure alternative alla detenzione nel periodo residuo di pena da scontare dopo i tre anni condonati grazie all'applicazione dell'indulto.

Molti sono i condannati a cui restano meno di due anni di reclusione che presentano richiesta di svolgere un'attività lavorativa. Ma nel caso del quarratino - come in diversi altri accertati dai carabinieri - la ditta che l'avrebbe assunto in realtà aveva cessato l'attività da anni. Adesso l'uomo rischia un'ulteriore condanna da uno a cinque anni di reclusione.
Dall'inizio dell'anno i carabinieri hanno deferito alla procura altri tre detenuti, a carico dei quali è stato ipotizzato il reato previsto dall' articolo 374 bis del Codice penale (false dichiarazioni in atti destinati all'autorità giudiziaria). E quattro aziende - due vivai, una ditta di trasporti e un mobilificio - sono state segnalate alla polizia tributaria, all'Agenzia delle entrate e all'Ispettorato del lavoro perché i loro redditi non sono risultati sufficienti al pagamento di regolari retribuzioni. In sostanza, non si capisce in base al reddito dichiarato, come potessero stipendiare il dipendente che erano disposte ad assumere. Gli ulteriori accertamenti serviranno a capire se queste aziende si sono rese colpevoli di evasione fiscale.

I carabinieri del Nucleo informativo hanno ricevuto quasi 200 richieste di informazioni dai tribunali e dagli uffici di sorveglianza. In oltre la metà dei casi, i documenti presentati dai condannati non erano idonei. Perché - come nel caso di un muratore titolare di un'azienda edile - la stessa era iscritta alla Camera di Commercio ma non aveva la partita Iva. O perché la ditta in realtà era inattiva.

Guardia di finanza e polizia tributaria sono state invitate a compiere accertamenti approfonditi nel caso di un'azienda di trasporti gestita da un marocchino con 12 dipendenti (11 marocchini e un argentino). Il titolare aveva dichiarato la propria disponibilità ad assumere un condannato con parte della pena da scontare. Ma il titolare non aveva neppure un conto corrente. Ecco quindi il "sospetto" di evasione fiscale.
Collegato a un altro problema: il possibile ricatto - ti assumo ma mi dai in cambio tot migliaia di euro - di pregiudicati ed immigrati in cerca di un lavoro per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. E anche su questo si è aperto un altro filone di indagini. Su 200 accertamenti eseguiti, solo una quindicina di detenuti sono risultati, finora, in regola.

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