Toscana
Le peripezie di un’insegnante ed alcuni studenti pistoiesi in vacanza studio in Inghilterra
Isolati per tre giorni nel college«Avevamo la febbre, temevano il contagio»
Tiziana Gori
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Un college alla periferia di LondraTre giorni in isolamento, in un'ala del college dove il gruppo di studenti frequentava un corso estivo di lingua inglese, con i medici che ogni trenta minuti controllavano la febbre e un cartello in italiano apposto davanti alle camere: "Se non vi passa la febbre non potete tornare a casa". Alla fine, di febbre suina non si trattava, e nessuno dei ragazzi è stato ricoverato in ospedale, ma la vacanza era ormai rovinata
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PISTOIA. Tre giorni in isolamento, in un'ala del college dove il gruppo di studenti frequentava un corso estivo di lingua inglese, con i medici che ogni trenta minuti controllavano la febbre e un cartello in italiano apposto davanti alle camere: "Se non vi passa la febbre non potete tornare a casa". Alla fine, di febbre suina non si trattava, e nessuno dei ragazzi è stato ricoverato in ospedale, ma la vacanza era ormai rovinata.
Anna (il nome è di fantasia) è un ex insegnante di lingue di 48 anni, residente a Pistoia, che da oltre 20 anni esercita la libera professione. È agente autorizzato di un college privato londinese. Le famiglie di studenti tra i 10 e i 16 anni che hanno voglia di passare due settimane di vacanza - studio in Inghilterra si mettono in contatto con lei, che programma il soggiorno e li accompagna durante le uscite a Londra.
«Per la prima metà del mese di luglio - spiega Anna - avevo organizzato una vacanza - studio con un gruppo con 14 ragazzi, in parte toscani, in parte provenienti da fuori regione. I primi giorni sono passati senza problemi. I ragazzi alloggiavano nel college, mentre io ero ospite di una famiglia londinese che abita nelle vicinanze. In totale, gli studenti italiani, sui 90 presenti nel college, erano 18».
L'11 luglio il gruppo di Anna è andato a fare un giro per Londra. «Pioveva, e ci siamo bagnati, perché molti di noi erano senza ombrello. La sera una decina di ragazzi aveva già la febbre. A differenza dell'Italia, però, dove quello della febbre suina è diventato un motivo di panico, l'Inghilterra affronta il problema con molta più calma. Prima di ricoverare i medici hanno voluto verificare che si trattasse veramente del virus H1n1».
Per cinque studenti sono bastate alcune compresse di Tachipirina. «Altri hanno continuato a star male. Nel mio gruppo la situazione più critica era quella di una ragazza, a cui i medici hanno deciso di somministrare l'antivirale Tamiflu. Per due giorni ha avuto febbre a 40, mal di gola e mal di testa. Poi, ha iniziato a star meglio.
Nel frattempo il college ha adottato tutte le misure di sicurezza possibili: il gruppo italiano è stato isolato in un'ala dell'edificio. I materassi dei letti, la sala mensa e la common - room sono state disinfettate.
«La cosa più difficile - racconta Anna - è stata gestire il rapporto con i genitori, che chiamavano a tutte le ore del giorno e della notte. Sono stati tre giorni molto difficili».
Poi, l'allarme è rientrato. «Nessuno aveva avuto bisogno di essere ricoverato, e sabato 19 siamo tornati in Italia. La sanità inglese affronta questa situazione con molta efficienza, e con molta serenità. Come dovremmo imparare a fare noi italiani».
L'unico aspetto della vicenda che non le è piaciuto è stato il cartello apposto davanti alle camere.
«Avvertiva che se non passava la febbre i ragazzi non poteveno tornare a casa. Non è stato proprio un gesto di buon gusto, ma li capisco. Il contagio si diffonde rapidamente. Per non parlare del fatto che nel college c'erano un centinaio di studenti, oltre allo staff degli insegnanti e a quello delle attività sociali».
Anna (il nome è di fantasia) è un ex insegnante di lingue di 48 anni, residente a Pistoia, che da oltre 20 anni esercita la libera professione. È agente autorizzato di un college privato londinese. Le famiglie di studenti tra i 10 e i 16 anni che hanno voglia di passare due settimane di vacanza - studio in Inghilterra si mettono in contatto con lei, che programma il soggiorno e li accompagna durante le uscite a Londra.
«Per la prima metà del mese di luglio - spiega Anna - avevo organizzato una vacanza - studio con un gruppo con 14 ragazzi, in parte toscani, in parte provenienti da fuori regione. I primi giorni sono passati senza problemi. I ragazzi alloggiavano nel college, mentre io ero ospite di una famiglia londinese che abita nelle vicinanze. In totale, gli studenti italiani, sui 90 presenti nel college, erano 18».
L'11 luglio il gruppo di Anna è andato a fare un giro per Londra. «Pioveva, e ci siamo bagnati, perché molti di noi erano senza ombrello. La sera una decina di ragazzi aveva già la febbre. A differenza dell'Italia, però, dove quello della febbre suina è diventato un motivo di panico, l'Inghilterra affronta il problema con molta più calma. Prima di ricoverare i medici hanno voluto verificare che si trattasse veramente del virus H1n1».
Per cinque studenti sono bastate alcune compresse di Tachipirina. «Altri hanno continuato a star male. Nel mio gruppo la situazione più critica era quella di una ragazza, a cui i medici hanno deciso di somministrare l'antivirale Tamiflu. Per due giorni ha avuto febbre a 40, mal di gola e mal di testa. Poi, ha iniziato a star meglio.
Nel frattempo il college ha adottato tutte le misure di sicurezza possibili: il gruppo italiano è stato isolato in un'ala dell'edificio. I materassi dei letti, la sala mensa e la common - room sono state disinfettate.
«La cosa più difficile - racconta Anna - è stata gestire il rapporto con i genitori, che chiamavano a tutte le ore del giorno e della notte. Sono stati tre giorni molto difficili».
Poi, l'allarme è rientrato. «Nessuno aveva avuto bisogno di essere ricoverato, e sabato 19 siamo tornati in Italia. La sanità inglese affronta questa situazione con molta efficienza, e con molta serenità. Come dovremmo imparare a fare noi italiani».
L'unico aspetto della vicenda che non le è piaciuto è stato il cartello apposto davanti alle camere.
«Avvertiva che se non passava la febbre i ragazzi non poteveno tornare a casa. Non è stato proprio un gesto di buon gusto, ma li capisco. Il contagio si diffonde rapidamente. Per non parlare del fatto che nel college c'erano un centinaio di studenti, oltre allo staff degli insegnanti e a quello delle attività sociali».
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