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Chiude la Radicifil, 137 operai a casa

Francesco Albonetti
Chiude la Radicifil, 137 operai a casa

L'annuncio del gruppo bergamasco: abbiamo 50 milioni di deficit

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PISTOIA. Ancora pochi giorni e la Radicifil chiuderà i battenti. Una doccia fredda per i 137 dipendenti della storica fabbrica di via Fiorentina, seconda realtà produttiva in città dopo la Breda e fra le prime in provincia, per i quali si prospetta il licenziamento in blocco. Lavoratori e sindacati sono in allerta e annunciano fin da oggi il presidio dello stabilimento. Domani i lavoratori riuniti in assemblea decideranno il daffarsi. La notizia della chiusura è stata comunicata ieri ai sindacati durante un incontro col gruppo Radici, presente il responsabile per le relazioni industriali dell’azienda Nicola Britti e l’ex direttore dello stabilimento, Patrizio Verniani. Quello che i dirigenti del gruppo Radici hanno presentato ai sindacati è un quadro chiaro: 50 milioni di deficit sul bilancio 2008, con un pesante indebitamento con le banche, una perdita di 5 milioni per il solo stabilimento di Pistoia. Settore del nylon in crisi dal 2005, con depauperamento dei mercati europei a vantaggio di quelli asiatici.

Quindi una crisi non strettamente legata a quella finanziaria globale attuale. «Avevamo sollecitato da tempo l’azienda a far conoscere le proprie prospettive come gruppo e il piano industriale - dice Daniele Gioffredi della segreteria Cgil - A metà gennaio c’era stata una riduzione della produzione, motivata col fatto che l’azienda non ha più margine come guadagno e come prospettive di produzione. L’azienda ci ha presentato bilanci e fatturati degli ultimi anni. Il nylon è ormai fuori mercato. La soluzione, secondo loro, è quella di chiudere dal 1 maggio, una data emblematica, lo stabilimento pistoiese. Non è stata neppure aperta alcuna procedura di mobilità». L’azienda pare intenzione a tagliare la metà dei 2000 dipendenti italiani, ma sarebbe soltanto la fabbrica pistoiese a rimetterci del tutto. In Lombardia, infatti, esiste una produzione già diversificata, rivolta in particolare agli arredi interni delle automobili. «In passato c’erano già state avvisaglie - prosegue Gioffredi - per esempio, il tentativo di vendere il gruppo a Nylit, un’azienda israeliana, tentativo fallito. Poi c’era stato un periodo di cassa integrazione ordinaria: avevamo firmato a Roma col governo.

E l’azienda pareva intenzione a prorogare la cassa, trasformandola in straordinaria, alternando periodo di attività ad altri di fermo produttivo. Ma questa soluzione drastica ci giunge com un fulime a ciel sereno». Sindacati e lavoratori non accettano la soluzione, anche perché sarebbe solo Pistoia a rimetterci. «Chiederemo all’azienda di fare marcia indietro. Questa settimana si riunisce la task force, l’unità di crisi e metteremo la vertenza Radicifil in apertura di discussione. Vorremmo che fosse percorsa la strada della riconversione industriale, anche perché quel tipo di professionalità altrimenti non si recupera più. E mntenere il carattere produttivo di quel sito di 15-20mila metri quadrati anche, anche attirando l’imprenditoria esterna disposta ad investirci. Per questo sarà importante anche il ruolo dei politici locali». «Questo è un tipo di lavorazione che fanno solo qui - ribadisce Marcello Familiari della Cgil - Si perdono 20-30 anni di professionalità. Aggiungiamoci il fatto che i dipendenti, quasi tutti operai, hanno un’età media di 45 anni e i possibili pensionamenti saranno davvero pochi. Questa dovrà diventare una vertenza simbolica per la provincia».

Sempre dalla Cgil, Adriano Valori, fa notare che sono circa 800 i lavoratori pistoiesi che hanno perso il lavoro negli ultimi mesi: «A gennaio abbiamo firmato al ministero la cassa integrazione per crisi aziendale, ma l’azienda parlava di crisi, non chiusura. Per il gruppo si tratta solo di un’operazione finanziaria che oltrettutto penalizza la sola Pistoia, non guarda ai lavoratori e alle loro famiglie».

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