Il Tirreno

Pistoia

Sorgente inquinata, maxi infezione per l'acqua

Cristiano Marcacci

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PISTOIA. Febbre alta, brividi, cefalea e rigonfiamento dei linfonodi.
Giornate e notti da incubo per oltre venti persone (tra pistoiesi e quarratini), alcune delle quali hanno pensato di essere cadute improvvisamente nella trappola di qualche patologia tumorale. La coincidenza legata alla stessa sintomatologia in alcuni familiari, come la moglie o i figli, e in alcuni colleghi di lavoro ha poi contribuito a dissipare la fitta nebbia di dubbi e ipotesi nefaste. Si è trattato di una rara e aggressiva forma di infezione.
La malattia in questione è batterica e si chiama tularemia. È dagli anni Sessanta che a Pistoia non ce n'era più traccia. La trasmissione avviene per ingestione di acqua contaminata o di carne non sufficientemente cotta, per inalazione di particelle contaminate, per contatto diretto con animali morti ma anche attraverso la puntura di alcuni insetti, tra cui le zecche. Nel caso delle persone in cura presso l'unità funzionale di malattie infettive dell'ospedale del Ceppo di Pistoia, la causa è da ricercare nell'acqua della fontana e della sorgente del Faggione, lungo la strada che da Margine di Momigno porta verso il comune di Piteglio.
L'amministrazione comunale interessata, quella di Marliana, è già intervenuta da giorni disponendo il divieto di uso per scopi potabili. La fontana del Faggione, delimitata ora dalle fettucce biancorosse della polizia municipale, è rinomata in mezza Toscana, soprattutto per le sue caratteristiche diuretiche. D'estate, nei mesi di luglio e agosto, è frequente vedere la coda di villeggianti e turisti con le bottiglie e le taniche per il rifornimento.
Per fortuna, la contaminazione non è avvenuta durante la stagione calda, quando la popolazione della montagna triplica. Altrimenti, ci si poteva trovar di fronte ad una vera e propria epidemia riguardante anche più province. La comparsa della malattia risale ai giorni immediatamente precedenti il Natale. I primi a star male sono stati gli operai di una squadra della Comunità montana Appennino pistoiese impegnata per alcuni lavori nella zona della Macchia Antonini.
Tra questi, c'è Angelo Laino, colpito dall'infezione insieme a suo figlio. «Tutte le volte che passavamo di lì - ci racconta Angelo - prendevamo l'acqua, anche per portarla a casa. È sempre stata considerata molto buona, non vi abbiamo mai trovato alcun cartello di divieto. Su cinque colleghi, ci siamo ammalati in tre, e tutti in occasione delle feste di Natale. Nei giorni successivi, gli stessi sintomi (in particolare febbre, mal di testa e ingrossamento delle ghiandole) sono stati accusati anche dai nostri familiari».
Inizialmente, i medici di famiglia sono intervenuti come per curare un attacco influenzale un po' più aggressivo e fastidioso del solito, ma poi hanno cominciato a drizzare le antenne, soprattutto dopo che i pazienti non stavano affatto meglio nonostante la terapia a base di antibiotici. Qualcuno ha avuto paura di avere un tumore al sistema linfatico ed era pronto a sottoporsi alla biopsia.
«Quando, chi prima e chi dopo, abbiamo cominciato a rivolgerci all'ospedale - aggiunge Angelo Laino - i medici hanno fatto due più due e hanno cominciato a restringere il campo delle possibilità. È stato poi verificato che l'unica cosa in comune tra tutti gli interessati era appunto l'acqua della fontana del Faggione».
Dal periodo natalizio, le persone infettate si devono ancora riprendere del tutto. «Siamo stati molto male - prosegue Angelo - soprattutto per l'infiammazione e il gonfiore dei linfonodi. Mio figlio, addirittura, ha un problema in più: proprio stamani (ieri per chi legge, ndr) è dovuto ricorrere ad un piccolo intervento per la rimozione del liquido che si viene a formare tra le ghiandole».
Non è ancora certa la causa della contaminazione dell'acqua. Nel mirino c'è una zona a monte della sorgente dove un tempo esisteva un laboratorio per la produzione dei bachi da sego per la pesca sportiva. In mancanza di un'adeguata opera di bonifica, eventuali infiltrazioni potrebbero infatti aver inquinato la falda acquifera.

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