Sicurezza
Tutti in ferie e il reparto va nel caos
Francesco Albonetti
«Ho visto il pranzo lasciato lì per ore: se non c'è un familiare il paziente che non è in grado di aiutarsi, resta senza mangiare»
3 MINUTI DI LETTURA
PISTOIA. Un paziente non può mangiare da solo e deve essere aiutato. Ma il cibo è ancora lì nel vassoio, da mezzora, come quando glielo hanno portato. Un altro barcolla in un letto con le rotelle rotte. Ai parenti chiedono di portare le medicine da casa: all’ospedale non le hanno. L’ascensore di servizio non funziona. La stanza del reparto è sporca e alcuni pazienti sono da pulire. Così si è presentato durante le festività natalizie ai ricoverati e ai loro parenti, il reparto di Medicina II dell’ospedale del Ceppo. Non solo parenti e ricoverati, se due infermiere intercettano il cronista lamentando: «Scrivete pure che non ci hanno ancora pagato e gli ascensori non funzionano». A Mirna Bartolozzi hanno appena portato il marito in sala operatoria ed è visibilmente scossa: «Mio marito è ricoverato dal 24 dicembre ed è grave, per cui sono stata qui praticamente sempre. Ne ho viste di tutti i colori, una roba da vergognarsi. Ho dovuto portare quasi tutti i medicinali da casa, perché non le hanno. Chiamiamo le infermiere col campanello e non vengono, ma non è neppure colpa loro: fanno il possibile, ma sono in 2 per trenta persone. E neppure dei medici, il fatto è che manca il personale.
Non c’è pulizia, mio marito lo tengono su un letto rotto, con le sbarre che non stanno su, tanto che ora le hanno addirittura tolte». Una donna esasperata che si lamenta, ma non certo l’unica. Anzi, i parenti di altri pazienti rincarano la dose. «Mio padre è stato dimesso il giorno di S. Stefano - dice il figlio di Daniele Pratesi - ma in quei giorni che è stato lì abbiamo visto cose pazzesche. Alle 10,30 del mattina un giorno sono capitato lì e ho visto una sporcizia incredibile: anziani da pulire, lasciati a se stessi, polvere dappertuto, cestini pieni di roba. Ho dovuto portare le pasticche da casa perché non le avevano. C’erano solo due infermiere con trenta pazienti e abbiamo presentato anche un reclamo». Anche Giuliana Mati aveva il marito ricoverato in Medicina II, Vinicio Melani. «Mio padre ha firmato per venire via, era impossibile che restasse ancora ricoverato in quel posto - protesta la donna - Sono volontaria dell’Avo e le posso garantire che una situazione simile al Ceppo non l’avevo mai vista. Una vergogna. Polvere e sporcizia dappertutto. A un signore hanno levato l’ossigeno e l’hanno lasciato sul comodino di un altro paziente.
A mio marito la mattina hanno dato un farmaco per la glicemia dopo che il dottore gliel’aveva tolto la sera, scrivendolo a chiare lettere. Ma la cosa più triste è stato quando ho visto il mangiare lasciato lì a pazienti che non sono in grado di nutrirsi da soli: se veniva il parente bene, ci pensava lui prima o poi, altrimenti i pazienti restavano senza mangiare e il cibo restava lì per ore». Giuliana Mati è un fiume in piena: «Non ho mai visto niente di simile. Nessuno pretende che il reparto di un ospedale pubblico sia un albergo a cinque stelle, ma qui siamo al degrado. Ci saranno state le feste di mezzo, ma quelle ci sono per tutti, non solo per il personale ospedaliero. E non è la prima volta in questo reparto: io stessa avevo denunciato tempo fa di pazienti lasciati col pannolone pieno dalla mattina alla sera». «A mio marito - conclude la donna - ho fatto firmare senza neppure avere una diagnosi: ci hanno detto che per averla bisogna aspettare venti giorni e pagare. Io sono una volontaria Avo, ma c’è anche povera gente che si lamenta e subisce senza protestare perché ha paura».
Non c’è pulizia, mio marito lo tengono su un letto rotto, con le sbarre che non stanno su, tanto che ora le hanno addirittura tolte». Una donna esasperata che si lamenta, ma non certo l’unica. Anzi, i parenti di altri pazienti rincarano la dose. «Mio padre è stato dimesso il giorno di S. Stefano - dice il figlio di Daniele Pratesi - ma in quei giorni che è stato lì abbiamo visto cose pazzesche. Alle 10,30 del mattina un giorno sono capitato lì e ho visto una sporcizia incredibile: anziani da pulire, lasciati a se stessi, polvere dappertuto, cestini pieni di roba. Ho dovuto portare le pasticche da casa perché non le avevano. C’erano solo due infermiere con trenta pazienti e abbiamo presentato anche un reclamo». Anche Giuliana Mati aveva il marito ricoverato in Medicina II, Vinicio Melani. «Mio padre ha firmato per venire via, era impossibile che restasse ancora ricoverato in quel posto - protesta la donna - Sono volontaria dell’Avo e le posso garantire che una situazione simile al Ceppo non l’avevo mai vista. Una vergogna. Polvere e sporcizia dappertutto. A un signore hanno levato l’ossigeno e l’hanno lasciato sul comodino di un altro paziente.
A mio marito la mattina hanno dato un farmaco per la glicemia dopo che il dottore gliel’aveva tolto la sera, scrivendolo a chiare lettere. Ma la cosa più triste è stato quando ho visto il mangiare lasciato lì a pazienti che non sono in grado di nutrirsi da soli: se veniva il parente bene, ci pensava lui prima o poi, altrimenti i pazienti restavano senza mangiare e il cibo restava lì per ore». Giuliana Mati è un fiume in piena: «Non ho mai visto niente di simile. Nessuno pretende che il reparto di un ospedale pubblico sia un albergo a cinque stelle, ma qui siamo al degrado. Ci saranno state le feste di mezzo, ma quelle ci sono per tutti, non solo per il personale ospedaliero. E non è la prima volta in questo reparto: io stessa avevo denunciato tempo fa di pazienti lasciati col pannolone pieno dalla mattina alla sera». «A mio marito - conclude la donna - ho fatto firmare senza neppure avere una diagnosi: ci hanno detto che per averla bisogna aspettare venti giorni e pagare. Io sono una volontaria Avo, ma c’è anche povera gente che si lamenta e subisce senza protestare perché ha paura».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
