Gioco
La Messa in latino, a Pistoia scarso entusiasmo
Francesco Albonetti
La novità introdotta dal Papa incontra molto scetticismo. I sacerdoti: decideranno i fedeli
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PISTOIA. A partire dal 14 settembre, se un gruppo di fedeli ne farà richiesta, le messe potranno essere celebrate anche in latino. Un ritorno al passato che, nelle intenzioni di Papa Ratzinger, vuole dare una risposta alle richieste che provengono da tanta parte di cristianità. Ma a Pistoia come viene vista la novità? In generale vi è un certo scetticismo, sia fra i sacerdoti che fra i fedeli. Molti però sono convinti che la disposizione del pontefice sia giusta, in quanto risponde a moderne esigenze di globalizzazione. Insomma, la quasi totalità delle messe continueranno ad essere recitate in italiano come ha stabilito il Conciglio Vaticano II nel 1962. Ma in qualche giorno particolare e in qualche chiesa, sarà pià frequente di adesso assistere a messe in latino. «La scelta della messa in latino non dipenderà dallo sfizio di un prete - spiega don Luca Carlesi, parroco di S. Bartolomeo e direttore dell’ufficio liturgico della diocesi - ma dipenderà dalla richiesta che proviene da un buon numero di fedeli della parrocchia. La dispozione viene incontro ad una giusta esigenza dei fedeli: va detto che lo sguardo del papa è mondiale, non locale».
Quanto a Pistoia, don Luca non vede un grande seguito: «Non credo possano arrivare richieste di portata popolare dalle parrocchie. Qualcuno molto interessato c’è, ma si tratta di singoli. Paradossalmente, sono più gli anziani a storcere la bocca che i giovani, in quanto le novità introdotte dal Conciglio Vaticano II furono salutate come una svolta. La messa in latino viene detta anche oggi, ma in casi particolari. Oppure, come avviene in Cattedrale a Firenze, è al servizio dei turisti cristiani provenienti da tutto il mondo, che parlano varie lingue». Don Luca fa notre che «la novità non è solo il latino, ma anche il messale. Quello precedente al Concilio risente della società della Chiesa primordiale e, per esempio, non si preoccupa del coinvolgimento dell’assemblea, che poi è diventato fondamentale. Qualcuno dice che il latino è un tornare alle origini, ma non è così, perché prima del Conciglio di Trento ci sono altri 1500 anni e la messa dei padri della chiesa non era certo quella del 1962». Padre Pietro Iancu, giovane parroco rumeno di S. Marcello, si rimette alle decisioni delle gerarchie.
«Non spetta a me esprimere un parere, anche se qualora il vescovo prendesse una decisione sulla parrocchia, sarei disponibile. Certo mi rendo conto che, da parte dei fedeli, è più un fatto culturale che una reale necessità. Credo che alla gente semplice, per esempio a S. Marcello, non farebbe piacere». La messa in latino farebbe sicuramente piacere a don Cesare Tognanelli, parroco Valdibrana. «La valutazione personale va distinta da quella generale. Quanto alla prima, sono un grande appassionato di canto gregoriano, per cui una messa cantata con testi in latino non può che farmi piacere. E mi rattrista vedere che, attualmente, il gregoriano è così dimenticato. Passando però all’efficacia pastorale, mi rendo conto che la riproposizione del latino diventa una scelta ostica.
Il papa guarda all’interesse della Chiesa universale, non a quello particolare di un singolo territorio. Quindi, se a Pistoia l’idea decollerà con fatica e avrà scarsa risonanza popolare, se non per un desiderio di alcuni legato alla passione per il gregoriano, è vero però che il ritorno alla liturgia pre-conciliare risponde ad un forte desiderio. Visto che viviamo in un mondo di relativismo etico-culturale, c’è anche il rischio di un relativismo liturgico, quindi ciascuno sceglie una liturgia a sua misura e celebra a modo suo». Insomma, il ritorno al latino può essere una risposta a questo rischio.
Quanto a Pistoia, don Luca non vede un grande seguito: «Non credo possano arrivare richieste di portata popolare dalle parrocchie. Qualcuno molto interessato c’è, ma si tratta di singoli. Paradossalmente, sono più gli anziani a storcere la bocca che i giovani, in quanto le novità introdotte dal Conciglio Vaticano II furono salutate come una svolta. La messa in latino viene detta anche oggi, ma in casi particolari. Oppure, come avviene in Cattedrale a Firenze, è al servizio dei turisti cristiani provenienti da tutto il mondo, che parlano varie lingue». Don Luca fa notre che «la novità non è solo il latino, ma anche il messale. Quello precedente al Concilio risente della società della Chiesa primordiale e, per esempio, non si preoccupa del coinvolgimento dell’assemblea, che poi è diventato fondamentale. Qualcuno dice che il latino è un tornare alle origini, ma non è così, perché prima del Conciglio di Trento ci sono altri 1500 anni e la messa dei padri della chiesa non era certo quella del 1962». Padre Pietro Iancu, giovane parroco rumeno di S. Marcello, si rimette alle decisioni delle gerarchie.
«Non spetta a me esprimere un parere, anche se qualora il vescovo prendesse una decisione sulla parrocchia, sarei disponibile. Certo mi rendo conto che, da parte dei fedeli, è più un fatto culturale che una reale necessità. Credo che alla gente semplice, per esempio a S. Marcello, non farebbe piacere». La messa in latino farebbe sicuramente piacere a don Cesare Tognanelli, parroco Valdibrana. «La valutazione personale va distinta da quella generale. Quanto alla prima, sono un grande appassionato di canto gregoriano, per cui una messa cantata con testi in latino non può che farmi piacere. E mi rattrista vedere che, attualmente, il gregoriano è così dimenticato. Passando però all’efficacia pastorale, mi rendo conto che la riproposizione del latino diventa una scelta ostica.
Il papa guarda all’interesse della Chiesa universale, non a quello particolare di un singolo territorio. Quindi, se a Pistoia l’idea decollerà con fatica e avrà scarsa risonanza popolare, se non per un desiderio di alcuni legato alla passione per il gregoriano, è vero però che il ritorno alla liturgia pre-conciliare risponde ad un forte desiderio. Visto che viviamo in un mondo di relativismo etico-culturale, c’è anche il rischio di un relativismo liturgico, quindi ciascuno sceglie una liturgia a sua misura e celebra a modo suo». Insomma, il ritorno al latino può essere una risposta a questo rischio.
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