Sicurezza
È solo una questione di poltrone
Alberto Vivarelli
I numeri impietosi delle elezioni non fermano le lotte nel centrosinistra
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PISTOIA. Hanno lasciato sul campo oltre 5mila voti, eppure litigano per le poltrone da dividersi. Se non ci fossero stati i Comunisti italiani a tenere in piedi la coalizione (3mila voti in più del 2002), per il centrosinistra sarebbe stata una disfatta epocale e la vittoria sarebbe stata davvero questione di pochissimi voti. I numeri dovrebbero spaventare la maggioranza ma non è così. I numeri. Ds e Margherita sono stati abbandonati da 5.458 elettori; insieme, i due partiti hanno raccolto quasi 1.500 voti meno di quelli che nel 2002 prese la Quercia da sola. Se Rifondazione comunista lascia per strada oltre 1.400 voti, 1.642 elettori hanno tradito i socialisti di Boselli. Ridono solo i Comunisti italiani che hanno triplicato il consenso e l’Italia dei Valori che però viaggia sui 650 voti. E c’è anche una buona parte di quei 3.400 pistoiesi che non sono andati alle urne da mettere nel conto della disaffezione.
Eppure, nessuno si spaventa. In questi venti giorni dal ballottaggio si è visto di tutto, segretari di partito impegnati a stendere liste di proscrizione di berlusconiana memoria, partiti quasi dimezzati che non vogliono saperne di ridurre il loro peso nelle istituzioni, la Margherita che dopo aver lavorato alacremente alla lista unica adesso minaccia addirittura l’appoggio esterno. Le richieste. In gioco ci sono 12 posti, tutti ben retributi: 8 da assessore, 1 da presidente del consiglio comunale, tre da presidente di circoscrizione. Le richieste sono state nette: numero di poltrone e nomi. Vediamo. La Margherita è famelica, vuole quattro posti: due assessori (la riconferma di Tommaso Braccesi e la new entry Mario Tuci, segretario in carica della Cisl, un premio al suo impegno in campagna elettorale), la presidenza del consiglio comunale (Giuliano Guiducci), la presidenza della circoscrizione 1 (Paolo Bacci). Un conto pesante presentato in virtù di una presunta vittoria - non si sa bene secondo quali calcoli -, all’interno dell’Ulivo.
I Democratici di sinistra tengono ferma la barra: tre assessori come nella precedente legislatura e due presidenti di circoscrizione, tra cui Bindini rieletto a furor di popolo; anche per loro i numeri non contano. Il problema dei Ds è che devono tener dentro Rino Fragai, assessore uscente, nonostante il fallimentare bilancio nel settore del commercio. Barra ferma anche di Rifondazione comunista: nonostante la perdita secca vuole mantenere la presidenza della circoscrizione 1 (Filippo Mazzoni, poco più di 80 preferenze alle elezioni) e un assessore. La conferma di un assessore viene chiesta anche dai Riformisti-socialisti. Infine i Comunisti italiani. Hanno triplicato i consensi e chiedono due assessori: la conferma di Rosanna Moroni e la nomina di Marco Vettori, capogruppo uscente.
Il sindaco. Ha sempre sostenuto che i numeri avrebbero avuto un peso nella composizione della giunta. Fosse per lui si andrebbe ad un esecutivo formato da due Ds, due Margherita, due Comunisti italiani, un socialista, uno di Rifondazione. Viste le difficoltà a far quadrare il cerchio, ha passato la patata bollente ai partiti della coalizione, lui si limiterà a scegliere i nomi una volta trovato l’accordo sui numeri. Se mantiene fede a quanto ha sostenuto sul Tirreno (autonomia e fermezza sulla scelta dei nomi), la presenza di Tuci e Vettori in giunta è assai difficile, come è difficile il ricorso a tecnici di area.
Poltrone. In questa vicenda la politica è assente, è solo una questione di poltrone. “Abbiamo capito!”, recitava lo slogan di Renzo Berti dopo il primo turno. Lui forse ha capito, gli altri? Non c’è niente di nobile in questa disputa, sono in ballo semplicemente poltrone e stipendi, promesse da mantenere, potere da gestire, lobbies da rassicurare. E il bello deve ancora venire perché dopo la giunta e le circoscrizioni ci sarà il rinnovo di numerosi consigli d’amministrazione a cominciare dall’Associazione teatrale, al Copit. La gente è arrabbiata, delusa ma l’orchestra continua a suonare, proprio come sul Titanic, mentre la nave affondava inesorabilmente.
Eppure, nessuno si spaventa. In questi venti giorni dal ballottaggio si è visto di tutto, segretari di partito impegnati a stendere liste di proscrizione di berlusconiana memoria, partiti quasi dimezzati che non vogliono saperne di ridurre il loro peso nelle istituzioni, la Margherita che dopo aver lavorato alacremente alla lista unica adesso minaccia addirittura l’appoggio esterno. Le richieste. In gioco ci sono 12 posti, tutti ben retributi: 8 da assessore, 1 da presidente del consiglio comunale, tre da presidente di circoscrizione. Le richieste sono state nette: numero di poltrone e nomi. Vediamo. La Margherita è famelica, vuole quattro posti: due assessori (la riconferma di Tommaso Braccesi e la new entry Mario Tuci, segretario in carica della Cisl, un premio al suo impegno in campagna elettorale), la presidenza del consiglio comunale (Giuliano Guiducci), la presidenza della circoscrizione 1 (Paolo Bacci). Un conto pesante presentato in virtù di una presunta vittoria - non si sa bene secondo quali calcoli -, all’interno dell’Ulivo.
I Democratici di sinistra tengono ferma la barra: tre assessori come nella precedente legislatura e due presidenti di circoscrizione, tra cui Bindini rieletto a furor di popolo; anche per loro i numeri non contano. Il problema dei Ds è che devono tener dentro Rino Fragai, assessore uscente, nonostante il fallimentare bilancio nel settore del commercio. Barra ferma anche di Rifondazione comunista: nonostante la perdita secca vuole mantenere la presidenza della circoscrizione 1 (Filippo Mazzoni, poco più di 80 preferenze alle elezioni) e un assessore. La conferma di un assessore viene chiesta anche dai Riformisti-socialisti. Infine i Comunisti italiani. Hanno triplicato i consensi e chiedono due assessori: la conferma di Rosanna Moroni e la nomina di Marco Vettori, capogruppo uscente.
Il sindaco. Ha sempre sostenuto che i numeri avrebbero avuto un peso nella composizione della giunta. Fosse per lui si andrebbe ad un esecutivo formato da due Ds, due Margherita, due Comunisti italiani, un socialista, uno di Rifondazione. Viste le difficoltà a far quadrare il cerchio, ha passato la patata bollente ai partiti della coalizione, lui si limiterà a scegliere i nomi una volta trovato l’accordo sui numeri. Se mantiene fede a quanto ha sostenuto sul Tirreno (autonomia e fermezza sulla scelta dei nomi), la presenza di Tuci e Vettori in giunta è assai difficile, come è difficile il ricorso a tecnici di area.
Poltrone. In questa vicenda la politica è assente, è solo una questione di poltrone. “Abbiamo capito!”, recitava lo slogan di Renzo Berti dopo il primo turno. Lui forse ha capito, gli altri? Non c’è niente di nobile in questa disputa, sono in ballo semplicemente poltrone e stipendi, promesse da mantenere, potere da gestire, lobbies da rassicurare. E il bello deve ancora venire perché dopo la giunta e le circoscrizioni ci sarà il rinnovo di numerosi consigli d’amministrazione a cominciare dall’Associazione teatrale, al Copit. La gente è arrabbiata, delusa ma l’orchestra continua a suonare, proprio come sul Titanic, mentre la nave affondava inesorabilmente.
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