Il Tirreno

Pistoia

Otto mesi a lavorare senza un soldo

Francesco Albonetti

Ventotto egiziani, alcuni clandestini, si ribellano e il cantiere chiude

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PISTOIA. Allam, Walit e altri 26 muratori egiziani, di cui una buona parte clandestini, hanno avuto il coraggio di denunciare lo sfruttamento correndo il rischio di essere espulsi dall’Italia. Forse la libertà di parola è il solo privilegio che li distingue dai loro antichi progenitori, schiavi dei faraoni, che 3.500 anni fa costruirono le piramidi sulle sponde del Nilo. Ora i ventotto egiziani, tutti originari di un paese vicino al Cairo, dormono alla stazione di Pistoia aspettando la conclusione della vertenza che, grazie a loro, è stata promossa dalla Cgil. Vogliono quello che spetta loro: otto mesi di lavoro nei cantieri, dagli 8 ai 15mila euro a testa, mai pagato a parte i pochi spiccioli che l’impresa edile elargiva ogni tanto per evitare che morissero di fame.

La vicenda è partita nei giorni scorsi dall’ufficio vertenze della Cgil, a cui alcuni dei 28 operai stranieri, tutti provenienti da Milano, hanno raccontato di lavorare da molti mesi nei cantieri della Cogeva srl, impresa edile che ha sede legale a Chiesina Uzzanese, senza nessuna copertura previdenziale e senza aver mai percepito un euro. Una decisione difficile, quella dei muratori egiziani, dal momento che una buona metà di loro non ha neppure il permesso di soggiorno e, secondo la legge Bossi-Fini, non avendo un lavoro regolare figurano come clandestini e rischiano l’espulsione. La Cgil ha deciso di aprire la vertenza per far avere ai nord-africani quanto gli spetta e di denunciare il caso all’Ispettorato del lavoro.

«Quando gli Ispettori sono arrivati nel cantiere ce n’era abbastanza per mettere i sigilli - racconta Jessica Beneforti della segreteria Cgil - Nella colonica in ristrutturazione nei pressi dell’ex discoteca Panda, hanno trovato il 20% degli operai a nero e condizioni di sicurezza non rispettate: quanto basta per interrompere il lavoro. Abbiamo saputo che alcuni di loro hanno subìto infortuni, per fortuna non gravi, ma non potevano denunciarli». La colonica di via di Pieve a Celle è solo uno dei tanti cantieri aperti dalla Cogeva. «Attualmente la vertenza riguarda il caso pistoiese, ma la ditta, attraverso il meccanismo dei subappalti, ha cantieri ancora aperti anche a Prato, Lido di Camaiore e Collesalvetti. Gli stessi 28 egiziani hanno lavorato a rotazione in tutti questi posti. Eppure, se si va a vedere l’iscrizione alla Cassa edile, risultano solo due dipendenti, uno italiano e un marocchino. Per noi è stato molto difficile parlare coi titolari della Cogeva, anche per telefono. Ed è difficile capire tutta la catena dei subappalti».

«Siamo andati all’appuntamento fissato davanti all’ufficio della ditta per chiedere l’assegno che ci spettava - racconta Allam, 28 anni, sposato con un figlio - Alcuni di noi dovevano avere 8mila euro, altri 11mila, altri ancora 15mila. Abbiamo trovato i carabinieri ad aspettarci perché, secondo loro, non chiedevamo i soldi nel modo giusto. Ci siamo rivolti alla Guardia di Finanza di Montecatini, poi all’Ispettorato del lavoro e infine al sindacato dove finalmente ci hanno ascoltato». «Io devo avere 15mila euro per gli 8 mesi di lavoro - incalza Walit, 35 anni - dieci ore al giorno, sabato compreso e la domenica fino a mezzogiorno. La notte dormivamo sul cantiere. Ho visto cose strane, come a Collesalvetti, dove c’erano 11 pilastri costruiti con la sabbia, senza cemento armato. Quando ne ho toccato uno è caduto. Vengo in Italia per lavorare e trovo questa situazione. Forse dovrei fare come altri stranieri che vendono droga e girano col coltello per farsi valere?» Gli egiziano raccontano che qualcuno di loro è stato pagato con assegni in bianco. I 28 egiziani, molti dei quali sono venuti apposta da Milano, non hanno intenzione di demordere: dormono alla stazione di Pistoia e non se ne andranno fino a quando la loro vertenza non si chiuderà positivamente e non avranno visto riconoscere i propri diritti.

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