Il Tirreno

Pistoia

Da Nerucci a Guccini, una serata dedicata ai dialetti

Massimo Vitulano
Francesco Guccini
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Francesco Guccini

Stasera a villa Smilea verrà anche proiettata una videointervista col cantautore

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 MONTALE. Fiorentino, pisano, pistoiese, lucchese: sono molteplici i dialetti parlati in Toscana, senza considerare le numerose varienti che li accompagnano. Per un'intera serata si discuterà proprio di questo a villa Smilea. Appuntamento stasera alle 21 in compagnia di Silvia Calamai, ricercatrice presso l'università di Siena.  Nel corso della serata sarà letta una cincella di Gherardo Nerucci scritta in vernacolo montalese e proiettata una videointervista a Francesco Guccini, di cui si riportano alcuni frammenti.  Non solo canzoni, ma anche scritti di carattere linguistico fanno parte della produzione di uno dei cantautori più apprezzati in Italia. Verso quale epoca si è avvicinato alla dialettologia?  «Eravamo nella seconda metà degli anni '70. Mi era venuto in mente di studiare il dialetto di Pavana e scrivere un dizionario. Possedevo già un vocabolario personale, vi sto che un po' di pavanese ero in grado di parlarlo, anche grazie ai miei nonni che lo usavano spesso. Alcuni informatori mi hanno anche portato dei foglietti con su scritta una serie di parole. Ho cominciato così a studiare i dialetti della zona, fino a che non ho pubblicato il Dizionario del dialetto di Pavana».  Per un certo periodo si è cimentato nella traduzione di alcune commedie di Plauto in dialetto pavanese. Poi le ha portate in scena con una compagnia teatrale, il Gruppo dilettanti pavanesi  «Sì, eravamo degli sciagurati...»  Quand'è che avete cominciato, più o meno?  «Questo gioco nasce tanti anni prima. Insieme a un amico, quando andavamo al cinema a vedere i film westerns, ogni tanto traducevamo delle battute in pavanese. Da questo mi è venuto in mente di prendere degli episodi di Beautiful, doppiarli in dialetto e proiettarli in paese. Mi sono spinto oltre e ho pensato di tradurre Plauto, perchè la sua commedia descrive una civiltà che rispecchiava un po' la vita agricola della Pavana degli anni '30-40. Ne ho tradotta una e ad alcuni amici è venuta voglia di rappresentarla. Visto il successo locale, ho continuato con altre due, ma alla terza si è sfasciato tutto. E' stato un esperimento divertente, ma l'operazione è da considerarsi conclusa».  La nostra letteratura abbonda di scritti dialettali. Nel Novecento il dialetto è stato riscoperto con autori come Pasolini e Trilussa, ma anche da cantautori come Fabrizio De Andrè e Pierangelo Bertoli. Non le sembra controproducente scrivere il testo di una canzone in dialetto?»  «No, è semplicemente un gioco. Infatti si parla di due, tre canzoni al massimo. Anch'io ne ho scritte due in dialetto modenese. Conosco il modenese grazie a mia madre, ma non sono mai stato un vero parlante, così capita spesso di avere difficoltà a trovare una rima, naturale che mi riesca meglio in italiano. Ho anche tradotto una canzone dal catalano al modenese; per via di alcune parole tronche che in italiano non esistono, mi tornava meglio il dialetto. Si tratta sempre di traduzioni: non avrei mai pensato di scrivere una canzone direttamente in modenese. In "Creuza de ma" c'è una ricerca linguistica, ma la sua sperimentazione si è fermata lì, visto che neppure De Andrè era un vero parlante genovese».

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