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EDITORIA
Vauro racconta come Madut vede gli italiani
Elisa Pacini
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Vauro Senesi ha presentato il suo ultimo libro 3 MINUTI DI LETTURA
PISTOIA. Lontano da Pistoia per lavoro da molti anni, Vauro Senesi - per tutti semplicemente Vauro come si firma nelle sue vignette satiriche e pungenti - si è concesso una giornata nella sua città dove ha presentato il suo ultimo libro "La scatola dei calzini perduti" (edito da Piemme, euro 17,90). Davvero tanta la gente riunita nella piazzetta di fronte alla Forteguerriana - location ideale tra l'altro per eventi di questo tipo - per ascoltare e salutare uno dei figli illustri di Pistoia che il Comune ha omaggiato con una litografia di Marino Marini per ringraziarlo per il suo lavoro e della sua lotta giornaliera per la libertà d'espressione. Tra il pubblico, tantissimi giovani, quelli che hanno scoperto le sue origini del rione di Porta San Marco dopo averlo conosciuto le sue vignette ad "Annozero", ma anche molti vecchi amici di Vauro, rimasto molto legato a Pistoia. Tra loro Ezio Menchi, che ha fatto una presentazione appassionata del libro, come un'attenta riflessione al tanto dibattuto tema dell'immigrazione nella società italiana. «È un libro pervaso di dolcezza - ha detto Menchi - anche se si parla di problemi che sanguinano. Ma alla fine lascia sereni, perché fa intendere che le persone nel bene e nel male possono decidere del loro destino. Il libro trasmette la voglia di conoscenza, il vero antidoto alla paura del diverso». Parole per cui Vauro ha ringraziato Menchi, amico fin dai tempi della maturità magistrale del futuro vignettista, presa anche grazie alle ripetizioni di quello che sarebbe diventato uno dei professori più conosciuti della città. «Non mi definisco uno scrittore - ha detto Vauro a proposito della sua seconda veste - ho cominciato a scrivere perché non riuscivo a rimuovere le esperienze di guerra che ho visto, nonostante fossi in questi posti da un osservatorio privilegiato come gli ospedali di Emergency (di cui è uno dei collaboratori, ndr)". A differenza dei due libri precedenti, "Afghanistan anno zero" e "La principessa di Bagdad" dalla chiara ambientazione geografica, "La scatola dei calzini perduti" parla di una guerra - quella dimenticata ma terribile del Sudan - ma attraverso gli occhi di Madut che è un giovane sudanese immigrato in Italia. Così il libro parla soprattutto della vita di uno straniero nel nostro paese e degli italiani visti dagli occhi di Madut. «L'ultimo libro - ha detto il vignettista - è una specie di ritorno. I primi due erano ambientati in luoghi di guerra. Questo invece inizia in Sudan ma è ambientato in gran parte nel quartiere di Roma dove vivo da quando sono "esule" da Pistoia. Un quartiere che in parte ricorda proprio questa città, perchè è rimasto provinciale. Ho portato il mio protagonista dal Sudan in Italia, per parlare di come gli esseri umani non sono così distanti. Anzi ridono, piangono, godono e soffrono allo stesso modo». Una scelta precisa di chi non vuole mandare cartoline da un inferno lontano ma raccontare le storie di chi l'inferno - che sia una guerra o la necessità di lasciare di emigrare - lo vive. «Siamo abituati - ha detto Vauro - a considerare questi eventi come avvenimenti e quando durano tanto, come la guerra in Afghanistan, perdono anche drammaticità e rientrano solo nella banalità dell'orrore. Io questi eventi li ritengo storie da raccontare. Quelle di Fatima, di Madut, gli "effetti collaterali" delle guerre che ho conosciuto di persona e non ho potuto far altro che parlare di loro». La storia di Madut è quella di uno straniero ai temi del "reato di clandestinità" che Vauro critica aspramente. «Madut - conclude il vignettista - si ritrova nemmeno per sua volontà in Italia. Non è consapevole di essere un immigrato, né tantomeno un clandestino. E un giorno addirittura si ritrova ad essere un criminale per questo. Una cosa indecente».
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