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Lo strano “derby del cuore” del ristoratore Paccì: «Io, butese, che stravedo per l’Atalanta»

di Francesco Paletti

	Il ristoratore butese
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Il ristoratore butese

Il ristoratore da anni tifa per i bergamaschi, ma sul petto porta sempre la croce di Pisa

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PISA. La sciarpa dell'Atalanta e la croce pisana al collo. «Non è una novità, da trent'anni tifo la Dea, ma sono nato e rimango fieramente pisano» sorride Paccì come tutti chiamano questo butese doc, ristoratore conosciutissimo in paese e tifoso sfegatato dei nerazzurri bergamaschi. Che, spesso ha chiuso pure il locale, per seguire i suoi idoli in giro per l'Europa: da Dortmund a Dublino, per la finale di Europa League, passando per Liverpool e Marsiglia, solo per citare alcune tappe. Sempre allo stesso modo, con la sciarpa della Dea, la maglietta “Buti c'è” e la croce pisana. «Questa è sempre con me – la tira fuori con orgoglio -: a Bergamo lo sanno, io sono pisano».

Sarà una domenica strana quella di oggi per Paccì che stamani partirà da Buti con alcuni degli amici di sempre. Mangeranno a Bergamo Alta e poi si divideranno per ritrovarsi a fine partita: il primo andrà nella Curva Nord del “New Balance Stadium” di Bergamo, feudo della tifoseria bergamasca, gli altri nel settore ospiti.

Sarà particolare per tanti motivi. In primis perché 35 anni fa Paccì a Bergamo ci sarebbe andato lo stesso, ma con la sciarpa del Pisa. «La mia prima Curva Nord è stata quella dell'Arena e il mio idolo era Incocciati, ma poi ci fu il fallimento e ripartimmo dall'Eccellenza – ricorda -: io c’ero comunque, almeno fino a Perignano, dove facemmo invasione di campo. Ma dopo quell'episodio persi parecchie motivazioni».

L'Atalanta gli aveva sempre fatto simpatia. «Per Stromberg e Caniggia, grandissimi giocatori, ma anche capelloni con lo sguardo ribelle. E poi per il modo in cui chiamano i fiorentini – ride –: non ne pronunciano mai il nome, quando c'è la partita, dicono semplicemente “giochiamo con quelli là”».

Dalla curiosità all'amore il passo è stato breve. Anche perché pisani e bergamaschi si somigliano: «Sono due tifoserie provinciali, “malate” delle propria squadra di calcio – dice –: vuole un esempio? Domenica dalla Curva della Dea non partirà nessun insulto all'indirizzo di Pisa come forma di rispetto nei confronti degli ultras pisani che resteranno a casa perché non tesserati. Lo fanno con tutte le tifoserie che hanno fatto questa scelta, perché anche loro hanno deciso la stessa cosa».

Al riguardo Paccì non ha dubbi: «Capisco totalmente la decisione, ma un po' dispiace perché sugli spalti sarebbe stata una bella sfida, anche se per me sarà un po' meno strano – sorride-: trovare dall'altra parte tanti amici veri, con cui più di trent'anni fa, abbiamo girato l'Italia al seguito del nostro Pisa sì che mi avrebbe emozionato».

Non viene all'Arena da diversi anni. Ma non esclude di tornare, «perché sono tifoso della Dea, ma il Pisa rimane il Pisa. Quando succederà? Non lo so – ridacchia -: ma fra poco c'è il derby con i viola giusto?».

Poi si fa serio: «A Pisa c'è soprattutto un problema – dice –: l'Arena è troppo piccola, 12mila spettatori con la squadra in A non sono niente. Non stiamo parlando di una città di 80mila abitanti, ma di una provincia di 419mila residenti, la stragrande maggioranza dei quali tifa per lo Sporting Club. Mi dispiace, perché chi, come me, in quella curva c'è nato e ha più di cinquant'anni, lo sa cosa possono fare i pisani in uno stadio vero. Ma i più giovani non ne hanno idea e non sanno cosa si perdono. Ci rimette anche la squadra perché la tifoseria porta anche punti: noi ci ricordiamo di Berggreen e Kieft, Piovanelli, Incocciati e Simeone. Ma i grandissimi che hanno giocato all'Arena negli anni '80, si ricordano soprattutto quel catino infuocato che era l'Arena. E potrebbe essere ancora così, in uno stadio più moderno».

 

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