Gioco
Pisa-Livorno è il derby dell’ironia: il gol più bello? Lo racconta Militello con gli storici striscioni
Il nuovo libro regala lo spunto per ripercorrere le tappe dell’infinito duello sulle tribune iniziato nel “caldo” 1968 citando Jannacci
Pisa Stiamo parlando del 1968, mica di un anno qualsiasi. L’Italia era scossa dalla grande contestazione che, partita dalle università, stava dilagando a macchia d’olio nelle fabbriche. Studenti e operai uniti nella lotta contro il potere costituito, che fosse quello dei baroni accademici o quello dei capitalisti. E Pisa era uno dei centri propulsori del movimento studentesco che l’anno prima, nel 1967, durante una storica occupazione dell’ateneo, aveva elaborato un documento (le cosiddette “Tesi della Sapienza”) di estrema importanza per dare solide basi teoriche a quella protesta così profonda da mettere in discussione le fondamenta della società.
Ma a Pisa, in quel 1968, accadeva anche un altro fatto importante, che con la politica non ci combinava nulla: la squadra di calcio, al termine di un esaltante e sorprendente campionato di Serie B, era stata promossa in Serie A. Un’impresona firmata dal presidente Giuseppe Donati, dal mister Renato Lucchi e da giocatori del calibro di Annibale, Barontini, Gonfiantini, Joan, Piaceri, Mascalaito e Manservisi. Per una volta la città era percorsa dai tifosi in festa e non dai cortei dei sessantottini.
In quell’anno fatidico venne alla luce una canzone cult, che si fischietta volentieri anche oggi ma che all’epoca fece scalpore per la sua originalità dissacrante, giudicata eccessiva da molti critici: “Vengo anch’io, no tu no”, frutto della feconda genialità di Enzo Jannacci. Quella che a un certo punto recita: “Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale / Vengo anch’io, no tu no / per vedere come stanno le bestie feroci / e gridare: “Aiuto, aiuto è scappato il leon! ” / e vedere di nascosto l’effetto che fa”.
Sembra che si proceda saltando di palo in frasca, e invece un filo conduttore esiste. Ce lo fornisce Cristiano Militello nel suo ultimo libro, uscito alcune settimane fa, dal titolo “Giulietta è’na zoccola forever”. Il guru assoluto degli striscioni negli stadi, storico inviato di “Striscia la notizia”, pisano doc, ha scovato uno dei primissimi slogan ironici apparsi sui gradoni durante una partita di calcio. Siamo proprio nel 1968, e all’Arena Garibaldi viene esibito uno striscione fantastico dedicato, guarda caso, ai livornesi. I nerazzurri avevano centrato la promozione nella massima categoria mentre gli amaranto, pur disputando un buon campionato, erano rimasti in Serie B. E allora la mente brillantissima degli anonimi estensori aveva escogitato questa scenetta: sullo striscione si vedeva una triglia labronica che diceva “Vengo anch’io” e la Torre che rispondeva “No tu no”. Il refrain del motivetto di Jannacci, grazie a questa esplosione di fantasia genuina, veniva quindi utilizzato per rinfocolare la rivalità fra le due città, ben conosciuta in tutta Italia. E non può essere un caso che uno striscione del genere sia comparso a Pisa, una delle capitali della contestazione giovanile, dove durante le manifestazioni si inneggiava all’immaginazione al potere, un concetto tanto suggestivo quanto fumoso. Significativa anche la circostanza che uno degli striscioni antesignani del sarcasmo calcistico riguardi proprio il nostro derby Pisa-Livorno, il derby per antonomasia.
Peraltro nell’anno successivo, il 1969, i livornesi ebbero modo di vendicarsi. Il Pisa infatti tornò subito in Serie B, e la retrocessione venne certificata dopo una sconfitta a Napoli. I tifosi amaranto poterono dunque dedicare al dolore sportivo dei cugini un eloquente striscione con la scritta “Vedi Napoli e poi muori”.
Militello nel suo libro riserva uno spazio consistente alla “guerra” degli striscioni che divampa soprattutto in occasione dei derby più sentiti, come Roma-Lazio, Inter-Milan, Genoa-Sampdoria e Juventus-Torino. Una decina di pagine riguardano il classico Pisa-Livorno, che in una rassegna del genere non poteva certo mancare. Oltre allo slogan micidiale del’68, ci sono molti altri esempi in cui gli ultrà nerazzurri e amaranto si sono sfidati a colpi di scritte al fulmicotone. C’è un vincitore? Mah, opterei per un salomonico pareggio.
Stupendo lo striscione apparso durante un Livorno-Pisa del campionato 1969/70. Nel Pisa gioca Sega, nel Livorno gioca Fava, e allora i labronici vergano uno straordinario “Sega perdona, Fava no”.
L’Arena Garibaldi o lo stadio di Ardenza (oggi dedicati a Romeo Anconetani e Armando Picchi) non erano i soli luoghi in cui esternare le rispettive “opinioni” sugli avversari. C’era anche quella che possiamo chiamare una cultura popolare murale, la quale usava per l’appunto i muri come pagine per gli sfottò. L’infaticabile Militello cita per prima una frase comparsa a Livorno, disarmante nella sua semplicità: “Sei un pisano, te ne rendi conto? ”. La replica non si fece attendere: su un muro di Pisa, negli anni Ottanta, campeggiava una domanda non certo politically correct con relativa risposta: “Perché i livornesi non hanno l’Aids? Perché anche i virus hanno una loro dignità”.
Ma piombiamo nuovamente dentro gli stadi. Nel campionato 1996/97 il Livorno tornò a giocare una partita di campionato all’Arena Garibaldi dopo diciotto anni di assenza. Le due tifoserie non si scambiarono segnali di pace e complimenti, promettendo solennemente di prendersi a botte. Gli ultrà del Pisa dileggiarono le minacce labroniche scrivendo su uno striscione “Siete come i Jalisse”, che al Festival di Sanremo avevano presentato una canzone dal titolo “Fiumi di parole”. Come dire: siete buoni solo a chiacchierare, tanti discorsi pochi fatti. La risposta dei tifosi livornesi fu da urlo: “Noi come i Jalisse? ?. .. Voi Cugini di Campagna”.
Rendiamo un doveroso omaggio alla fertile fantasia di entrambi gli schieramenti e prepariamoci alle prossime pensate folgoranti. Militello ci dice che in un Livorno-Pisa del campionato 1999/2000 gli ultrà nerazzurri si presentarono con un notevole “Livornesi, 4 Mori, il resto biondi tinti! ”. Lo slogan, giocando sul monumento simbolo della città e sullo stereotipo dell’uomo labronico sempre abbronzato, biondo e in canottiera con gli zoccoli, era sicuramente d’impatto. L’anno dopo (Pisa-Livorno 2000/01) i livornesi risposero con altrettanta forza ridanciana: essendo da poco uscito un libro dal titolo “Siamo pisani, batteteci le mani”, i tifosi amaranto vergarono un penetrante “Siete pisani, vi si batte le mani ma… nella ghigna”.
Nel campionato successivo (Pisa-Livorno 2001/02) i nerazzurri si presentarono al derby staccati di ben 26 punti dagli amaranto. Un tifoso arrivò allo stadio con uno spietato due aste “- 26: ci vole le’atene”. Qualche anno dopo (stagione 2015/16, Pisa-Pordenone, playoff di Lega Pro) , un ultrà pisano esibì un due aste altrettanto spietato: “Pinsoglio santo subito”, riferendosi all’errore con cui il portiere del Livorno aveva contribuito alla retrocessione della sua squadra in terza serie.
Insomma, il talento creativo degli ultrà della Pisorno (intesa come pura espressione geografica) non è secondo a nessuno. Il senso dell’umorismo e la battuta, anche al vetriolo, fanno decisamente parte del nostro dna. Teniamoci stretto questo patrimonio di sane risate per sdrammatizzare le tensioni di un mondo del calcio sempre più grigio e omologato.l
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