Sicurezza
È Barontini l’uomo dei record «Una grande soddisfazione»
In campo 318 volte, arrivando fino a giocare (e segnare un gol) in serie A «Bello essere profeta in patria. Le presenze sono di più, le contava mio padre»
Andrea Chiavacci
PISA. Una vita in nerazzurro e un record di presenze che resiste al tempo. Il centrocampista Fabrizio Barontini, classe 1941, è la bandiera storica dei 112 anni del Pisa Sporting Club. Sono 318 le presenze accreditate ma in realtà sarebbero di più. «Mio babbo le segnava tutte in un quaderno che conservo ancora – racconta Barontini – quello che conta, però, è aver indossato questa maglia per 14 anni conquistando prima la B e poi la A. Voglio fare gli auguri alla società e a tutti i tifosi per questo compleanno».
È vero che tutto è nato addirittura da un rifiuto?
«Ho iniziato a giocare nel San Frediano e nel 1957 si presentò l’occasione di passare al Pisa. Avevo qualche dubbio perché alcuni amici non mi parlavano bene del settore giovanile e dissi di no. A quel punto sono passato al Rosignano e dopo tre anni però l’allenatore Romoli venne chiamato dal Pisa e stavolta accettai».
Come fu la partenza?
«Non semplice. La prima squadra l’allenava Piero Andreoli e mi fece giocare appena tre partite in tutta la stagione. I compagni mi dicevano di tenere duro perché ero giovane e l’allenatore stravedeva per me. A Cesena mi schierò titolare, ero contentissimo ma la settimana dopo ero di nuovo in panca. Ci rimasi male».
Cosa accadde Reggio Calabria l’ultima di campionato del 1967?
«I tifosi della Reggina, già al sicuro, iniziarono ad incitarci e conquistammo il punto che ci serviva per la salvezza. Situazioni del genere ti danno una carica incredibile. Con Lucchi in panchina noi uscivamo spesso tra gli applausi, come quella volta a San Siro in A contro l’Inter quando giocammo con tre attaccanti».
Dopo quel pareggio sullo Stretto pensava di arrivare in A 12 mesi dopo?
«Arrivarono tanti giocatori scartati da altri club ma che erano ancora molto forti come Joan, Piaceri, Mascalaito e tanti altri. Sandro (Joan, morto nell’estate del 2015, ndr) si prese una bella rivincita segnando tre gol al Verona di Liedholm. Assieme a chi goà c’era creammo una vera famiglia. Un gruppo unico rimasto in contatto negli anni».
Ci furono momenti duri?
«Nel finale eravamo cotti. Ricordo addirittura dopo un pari casalingo con la Reggina che alcuni tifosi ci contestarono e uno in particolare ci chiamò “venduti”. Gasparroni non arrivò alle mani con lui solo grazie al mio intervento».
Poi cosa è successo?
«Alla penultima giornata a Venezia, seguiti da tantissimi tifosi, ci bastava un punto per andare in A ma perdemmo 1-0. I risultati però erano favorevoli e in pratica eravamo promossi. Io dovevo sposarmi due domeniche dopo e chiesi a Lucchi e Donati di andare subito a casa, poi mentre stavamo festeggiando cambiarono dei risultati e abbiamo dovuto aspettare una settimana. Per fortuna andò tutto bene e il 23 giugno 1968 ho festeggiato la promozione da casa mia ricevendo gli aggiornamenti via telefono».
Che emozione provò segnando il suo unico gol in serie A?
«Segnai di testa alla Sampdoria e ricordo che quando i compagni mi abbracciarono mi tirai indietro. Non c’ero abituato. Fulvio Bernardini, allenatore della Samp, a fine partita perché mi chiamò per far vedere ai suoi difensori che non ero poi così alto. Fu una stagione sfortunata, chiusa con la retrocessione. Io non stavo bene e saltai diverse gare per la pubalgia».
Si vedeva che Tardelli sarebbe diventato un campione?
«Ho trattato Marco da fratello maggiore, dandogli qualche consiglio. Si vedeva che aveva qualità ma inizialmente era meno bravo ad attaccare e Balestri azzeccò la mossa di metterlo terzino. Ancora adesso quando lo sento gli chiedo il permesso di chiamarlo “Marchino”».
Che effetto fa essere il nerazzurro più presente di sempre?
«Lo storico segretario del Pisa, Leandro Sbrana, mi diceva spesso che sono stato l’unico “profeta in patria”. È una grossa soddisfazione».
Oggi potrebbe riuscirci Birindelli?
«Mi dispiace che in tanti lo critichino. Deve fare esperienza ma è già forte. I tifosi devono dargli una mano e non criticarlo al primo sbaglio». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
