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D’Angelo a quota 100 panchine nerazzurre ma pensa a vincere e non alla pensione

Andrea Chiavacci
D’Angelo a quota 100 panchine nerazzurre ma pensa a vincere e non alla pensione

«Concentriamoci su una gara per volta come abbiamo fatto con le trasferte. Non dobbiamo guardare il calendario»

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Oggi Luca D’Angelo festeggia le cento presenze sulla panchina nerazzurra. Un traguardo che vuole celebrare nel modo giusto contro un osso duro come il Cittadella di Venturato. Un motivo in più arriva dal lungo esilio lontano dall’Arena, 38 giorni senza partite nello stadio di casa, e dalla necessità di dare continuità alla bella vittoria contro la Reggina. Si riparte dal bellissimo abbraccio di tutta la panchina dopo il gol partita di Sibilli. Il marchio di fabbrica di un gruppo solido da due anni e mezzo.

D’Angelo, il momento più bello e quello più difficile in queste cento panchine nerazzurre?

«Quello più bello è quasi scontato dire che sia stata la finale di Trieste. Il momento che ho sofferto maggiormente è stata la sconfitta di Empoli del mese scorso».

Si torna all’Arena, ma sempre senza pubblico a causa dell’emergenza Covid: quanto può pesare questo aspetto visto che la squadra giocherà ben 6 gare in casa in 32 giorni?

«Siamo contenti di tornare a giocare in casa. Normale che l’assenza dei tifosi si farà sentire sia per i colori che per l’incitamento vocale».

Come sta la squadra dopo la bella vittoria in rimonta di Reggio Calabria?

«Dal punto di vista mentale stiamo bene ed anche da quello fisico la squadra è a posto. Siamo praticamente al completo, a parte l’assenza di Varnier, ed abbiamo lavorato bene in settimana».

Che tipo di squadra vi troverete di fronte oggi?

«Il Cittadella è una buona squadra composta da elementi di qualità, con una società solida alle spalle ed un allenatore tra i migliori della categoria».

Come si batte il Cittadella?

«È una squadra che gioca con intensità e messa bene in campo. Non perde mai le misure. Dobbiamo rispondere con le stesse armi ed essere bravi soprattutto sotto il punto di vista tecnico visto che loro pressano a tutto campo. Per vincere ci sarà bisogno di una partita importante sotto l’aspetto fisico e mentale. Contro il Cittadella sono sempre partite molto tirate. Se vogliamo vincere dobbiamo eccellere in tanti aspetti».

Sarà dura giocare undici partite in poco più di un mese?

«Pensiamo solo ad una gara per volta come abbiamo fatto con i tanti impegni in trasferta. Non dobbiamo guardare il calendario, ma giocare sempre con grande determinazione».

È ancora la forza del gruppo il vostro valore aggiunto?

«Non ci può essere spazio per tutti dall’inizio, ma i ragazzi sanno che con cinque sostituzioni a disposizione si può essere determinati anche a partita in corso. A Reggio chi è entrato ha fatto molto bene. Il gruppo è stata l’arma vincente di questi anni. Se si lavora bene insieme i risultati prima o poi arrivano per forza».

Che giocatore è Sibilli?

«Giuseppe è arrivato a Pisa in punta di piedi e si sta ritagliando il suo spazio perché sta lavorando bene. Va dato merito alla società, in particolare a Gemmi e Giovanni Corrado, di averlo pescato in Lega Pro. Lo conoscevo solo di nome e non l’avevo mai visto giocare. I fatti gli stanno dando ragione. Può essere utilissimo sia dal primo minuto, sia quando subentra. Deve continuare a lavorare perché la strada è molto lunga».

Oggi il Pisa e tutte le squadre di B parteciperanno alle iniziative contro la violenza sulle donne: da uomo di sport cosa si sente di dire?

«L’augurio che tutti ci possiamo fare è che un giorno non ci sarà più bisogno di organizzare giornate come questa. Significherebbe che il problema è risolto, ma è un discorso molto più ampio e culturale. Dovrebbe essere assodato che non bisogna essere più violenti con nessuno, soprattutto con donne e bambini».

Un pensiero su Diego Armando Maradona?

«Ho avuto la fortuna di vederlo giocare. Grande rammarico non solo perché è andato via un giocatore straordinario. Al di là della parvenza da invincibile, ho avuto sempre la sensazione che ha vissuto una vita molto difficile e con tante pressioni attorno. Mi sembrava una persona buona senza tanti amici». —

Andrea Chiavacci

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