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Pisa

la scomparsa di fabrizio ferrigno 

Colpi di classe e un animo da trascinatore sul campo il capitano era un vero guerriero

massimo berutto
Colpi di classe e un animo da trascinatore sul campo il capitano era un vero guerriero

Giocò partite decisive con le costole incrinate, il suo esempio servì a rendere protagonisti anche i più giovani

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il ritratto

Ci sono notizie che devi leggere e rileggere più volte per capacitarti fino in fondo di ciò che è accaduto. Il sorriso di Fabrizio Ferrigno si è spento per sempre. L’indistruttibile, che nel primo Pisa (quello vincente ed indimenticabile) di Piero Braglia giocava con costole incrinate, tendini in disordine e spesso in condizioni di forma non perfette, riuscendo comunque a fare la differenza, a soli 47 anni si è dovuto arrendere ad un male incurabile.

Una sberla imprevedibile, come anni fa l’improvvisa scomparsa di Franco Mancini o prima ancora il dramma di Rotella, di cui ancora avevamo negli occhi le gesta in maglia nerazzurra.

Scorrendo il profilo Facebook ogni immagine o frase ora assume un significativo diverso, premonitore, come il buon compleanno della figlia Rita “alla persona più forte che io conosca”. Una forza messa alla prova dall’ultima battaglia, stavolta lontano dai terreni di gioco. Immancabile l’ottimismo anche in una delle ultime interviste alla fine del lockdown, manifestando la volontà di tuffarsi nello scorso mercato estivo da direttore sportivo, eletto il migliore della Lega Pro nel 2017.

La stessa carica con cui da calciatore Ferrigno trascinò il Pisa in serie B nel 2006-07, guadagnandosi sul campo i gradi di capitano, non solo grazie alla stima di Piero Braglia, che a lui non rinunciava mai.

Non era sempre il primo ad arrivare agli allenamenti, ma in partita sapeva dare tutto, con ogni mezzo.

Di lui ricordiamo i colpi di classe (basti pensare alla punizione vincente a Cittadella o al pareggio in extremis con il Monza), la scaltrezza partenopea (con cui beffò Brunner, portiere della Lucchese), la personalità nel gestire i palloni più caldi e la cattiveria agonistica, tratto distintivo di un Pisa che sapeva incutere timore nell’avversario. Indimenticabile nella sfida interna con il Pavia il gesto da “tagliagole”, che costò al centrocampista la gara conclusiva della stagione regolare a Venezia.

Usando le parole giuste, pronunciate non abbandonando mai il gusto della battuta, fu lui a suonare la carica prima della doppia semifinale playoff ancora contro i lagunari, quando, dopo il primo posto irrimediabilmente sfuggito nella sconfitta-beffa a Busto Arsizio, l’autostima generale non era ai massimi livelli in vista degli spareggi, dovendo riaffrontare una squadra fresca di successo sui nerazzurri.

«A me piace giocare con il Venezia – spiazzò tutti Ferrigno. – Io sono mancato sia all’andata che al ritorno, dunque mi fa piacere andare a Venezia. Ma con un altro risultato».

La spinta emotiva dell’esperto leader liberò mentalmente i più giovani, come Ceravolo e Ciotola, fra i principali protagonisti della fase finale e marcatori nella finale di ritorno contro il Monza.

A quei tempi i rapporti fra giornalisti e calciatori erano ancora diretti, spesso uno a uno, fra interviste richieste all’interessato, concesse o negate, ma sempre con lealtà e la massima comprensione reciproca.

Quando le relazioni sono schiette ci sta ogni tanto qualche attrito, come quando un sms di promemoria per un’intervista partì per errore in un orario non proprio ortodosso, facendo comprensibilmente sobbalzare il destinatario. Un franco chiarimento e le doverose scuse del cronista cancellarono in un attimo l’equivoco. Ferrigno era fatto così: «Io dico quello che penso, ma poi non ci penso più. Chiamami pure quando vuoi». –



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