Gioco
Un’Arena piena di emozioni ma per pochissimi L’ex ct azzurro Marcello Lippi ospite d’onore
La prima gara in casa dopo il lungo stop per l’emergenza coronavorus tra gel disinfettanti, autocertificazioni e spalti tristemente vuoti
urla nel siLenzio
Si torna all’Arena, ma non c’è gioia nel cuore di chi deve commentare una partita di calcio priva di un protagonista fondamentale: il tifo. Il pubblico di solito non fa gol, ma riesce a regalare all’evento emozioni anche quando in campo lo spettacolo è soporifero. Lo ha detto più volte anche D’Angelo che senza il dodicesimo in campo non è la stessa cosa. Stesso clima del derby vinto grazie alla prodezza di Lisi, con la differenza che stavolta si toccano i 30 gradi.
All’ingresso giornalisti e addetti ai lavori firmano autocertificazioni e superano il controllo del termoscanner, il moderno termometro che serve per misurare la febbre. Il limite è 37,5. Noi siamo tra i primi a entrare in un’Arena che regala uno spiraglio di sole proprio sulla scritta Pisa in gradinata, quel settore che per tanti anni ha visto in prima linea con la sua felpa rossa con la croce di Pisa “Garibaldi” , soprannome di Antonio Vanni, il grande tifoso nerazzurro scomparso il 16 giugno scorso a 64 anni. Il primo a metter piede in campo, novanta minuti prima del fischio d’inizio, è il diesse nerazzurro Roberto Gemmi, poi la tribuna s’inizia, si fa per dire, a popolare. Con il presidente nerazzurro c’è il numero uno del Pescara Daniele Sebastiani e poi un gradito ospite: il c. t. campione del mondo nel 2006 Marcello Lippi. A 14 anni dalle notti magiche di Berlino Lippi osserva l’allenamento del Pisa di Luca D’Angelo, nella città che ha rilanciato, e amato, il suo pupillo Gennaro Gattuso. Magari Lippi avrà osservato con interesse il futuro juventino Stefano Gori.
L’interesse generale però è rivolto soprattutto al calcio post Covid. Alcune misure sono da rivedere e non è certo colpa del Pisa o degli altri club di B. Non ha molto senso far entrare le squadre a tre minuti di distanza l’una dall’altra per evitare contatti e rispettare il distanziamento sociale, se poi inizia la partita e, come logico che sia, ci sono contrasti, trattenute, faccia a faccia tra i giocatori, e discussioni ravvicinate con gli arbitri. È il calcio, bellezza. Uno sport di contatto. Ha senso far mettere le mascherine ai giocatori in panchina, se vengono fatti fare di continuo i tamponi, l’ultimo giro giovedì pomeriggio, e si presume che la salute dei calciatori sia ampiamente tutelata?
E poi è calcio vero, con il fischio dell’arbitro in rosso che squarcia il silenzio assordante dell’Arena: le grida di D’Angelo e Legrottaglie dalla panchina fanno da colonna sonora a questo vuoto immenso. –
Andrea Chiavacci
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