Gioco
Dainelli, dalla Pecciolese alla Champions: «Ma ora non lascio il mondo del calcio»
Il giocatore originario di Ghizzano ha appeso gli scarpini al chiodo dopo 446 partite in serie A. Ultimo traguardo la salvezza del Livorno
La storia
Dopo 18 anni di calcio di serie A e ben 446 partite giocate, Dario Dainelli ha dato l’addio al calcio. Nel mezzo di questi numeri vertiginosi, da primo della classe, anche una sola presenza in Nazionale maggiore (era il giugno 2005, contro l’Ecuador: finì 1-1 con rete di Toni per gli azzurri).
Poi anche 17 gare in serie B, l’ultima delle quali disputata il 5 maggio scorso, un Livorno-Carpi finita 1-0 per i labronici. E anche 13 gol complessivi firmati con le diverse maglie. Che non è poco visto il ruolo di difensore centrale, roccioso e difficile da superare. Anzi, è una delle caratteristiche che è andata ad impreziosire una carriera che è un piacere ricordare e raccontare anche nel tempo.
Una carriera all’insegna dell’umiltà e della correttezza, ma anche dell’intelligenza tattica che ha fatto del giocatore nato a Ghizzano di Peccioli, uno dei difensori centrali più apprezzati degli ultimi venti anni nel panorama calcistico nazionale. Di lui colpiva senza dubbio anche il comportamento, mai una frase oppure un atteggiamento sopra le righe.
«Sono sempre stato un giocatore di letture difensive più che di esplosività. Me la sono cavata», dice Dainelli. E così alla soglia dei 40 anni (è nato il 9 giugno 1979) ha detto basta, dopo una stagione in cui è riuscito a portare in salvo il Livorno.
A dire la verità la decisione di smettere, Dario Dainelli l’aveva presa un anno fa: «Poi i miei amici Cristiano Lucarelli, Ciccio Valiani ed Alino Diamanti mi hanno fatto recedere, convincendomi a dare una mano al Livorno e ad allungare questa storia d’amore con il pallone».
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Una storia iniziata negli anni 88-89 nelle squadre ragazzi della Pecciolese, il capoluogo del suo comune di nascita, e continuata poi a Empoli. «Allora - ricorda - giocavo soprattutto a centrocampo, poi, quando arrivai a misurarmi con i pari età, arretrai in difesa. E lì sono rimasto per tutti questi anni e nelle categorie maggiori». Un passo indietro, tatticamente parlando, per farne poi tanti, tantissimi, in avanti.
È passato professionista vestendo per qualche mese la casacca del Modena, poi il trasferimento in Campania alla Cavese e quindi la Fidelis Andria, sempre in serie C.
E con la pugliese Lecce l’esordio in serie A. «Uno dei più bei giorni della mia vita - racconta emozionato ancora oggi Dario -. L’esordio avvenne in una partita con la Roma, che poi vinse lo scudetto nel 2000-2001. Si perse all’Olimpico per 1-0 e avevo contro gente come Battistuta e Montella, non certo due qualsiasi».
E poi il passaggio alla Fiorentina, il ritorno in Toscana. «E quello - ammette - è stato un altro momento magico. Giocare nella squadra per cui avevo sempre tifato mi riempì di gioia e di soddisfazione. Che divenne autentica emozione quando ne divenni persino il capitano».
Con i viola arrivò anche la stagione di Champions League. «Ed è stata un’altra bellissima esperienza, quella serata di Champions sul terreno del “Franchi” quando battemmo il Liverpool, campione in carica». E Dario Dainelli, aggiunge a questo punto il cronista, che cancella dal campo un tizio di nome “El Nino” Fernando Torres.
Poi nel 2010 tre anni al Genoa, altri gol importanti in chiave salvezza, e quindi l’approdo a Verona, sponda Chievo: «Un’altra bella esperienza al Chievo, durata ben sei anni. A questo punto devo fare con piacere anche un saluto al grande Sergio Pellissier che pure lui nei giorni scorsi ha chiuso con il pallone. Ma ricordo con soddisfazione, in precedenza, anche gli anni di Brescia con a fianco gente come Roberto Baggio e mister Pep Guardiola».
A proposito di mister, Dainelli ne ha avuti tanti, ma ne cita due: «Carletto Mazzone, per esempio. Con i giovani era un martello. L’ho avuto all’inizio della carriera ed è stato decisivo perché ha temprato il mio carattere. E poi Alberto Malesani, se si vuole un personaggio più spensierato, ma devo riconoscere che ha migliorato la mia tecnica».
Magari Dainelli ora fa un pensierino a sedere in panchina, nel ricordare i suoi allenatori preferiti. «Devo capire bene ancora cosa fare in futuro - risponde l’ex difensore - . Di certo non ho intenzione di chiudere con il pallone che tante soddisfazioni mi ha dato in tutti questi anni - confessa Dainelli -. Il corso di primo livello di allenatore l’ho già sostenuto: è il solo che si può frequentare giocando ancora a calcio. A pensarci bene, però, mi piacerebbe anche un ruolo dirigenziale. Che so, direttore sportivo».
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Intanto Dainelli, appena appesi gli scarpini al classico chiodo, pensa a godersi con più tempo a disposizione i figli: Ettore di 10 anni, Eva di 7 ed Edoardo di un anno e mezzo. Insieme, ovviamente alla moglie Rebecca, «donna sempre molto importante nella mia vita, specialmente quando ero chiamato a giocare lontano da casa».
Nella sua casa di Cerreto Guidi, dove abita fin dai tempi in viola, ogni settimana arrivano da Ghizzano per una visita il padre Dante, la mamma Foresta e la sorella Anna. «Generalmente è il lunedì, il giorno dedicato alle riunioni familiari». —
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