Il Tirreno

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Se il calcio è emozione amare il Pisa è il calcio

Se il calcio è emozione amare il Pisa è il calcio

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Oggi alle 16.30, alla vigilia delle celebrazioni per i 110 anni del club nerazzurro nel ricordo della scomparsa del suo più grande presidente, che ci lasciò il 3 novembre di vent’anni fa, il Pisa incontra la Juventus B, in una partita che sintetizza speranze e contraddizioni del calcio italiano e di chi lo vive con una passione estrema come il popolo nerazzurro.

Le speranze, in casa nerazzurra, sono quelle di tornare al più presto nelle categorie più consone al blasone del Pisa, la A e la B con cui Romeo ci aveva viziato per 15 anni, e quelle di riavere uno stadio decente: l’Arena è la nostra casa, ma cade a pezzi, e va rimessa in sesto sia per diventare più comoda per gli abituali fruitori, sia per poter pensare in grande, visto che il calcio a certi livelli non è più pensabile senza impianti decenti.

E le contraddizioni? Sono nei fatti, anzi nello stesso nome della partita. Così come all’andata, i gruppi della curva Nord, quindi la componente più calorosa del tifo nerazzurro, diserterà lo stadio perché le squadre B (chiamare gli avversari Juventus Under 23, quando almeno quattro titolari vanno verso la trentina, anzi uno ha 33 anni, è un po’ bizzarro) per loro costituiscono uno degli aspetti più evidenti del calcio-business opposto al calcio della gente.

Nessun astio da parte loro verso gli avversari odierni intesi come persone e come atleti, né tantomeno una sottovalutazione delle loro qualità: sono tutti ottimi giocatori che potrebbero benissimo militare in squadre “A” e molti di loro fra uno o due anni giocheranno nella serie A vera. Il punto è che per i tifosi pisani, ma per chiunque ami il calcio del campanile, è dignitosissimo confrontarsi con squadre anche squattrinate ed espressioni di piccole realtà geografiche, ma non con formazioni create ad hoc dai grandi club per non dover prestare i giocatori non ancora pronti per i palcoscenici più prestigiosi.

Il resto, il “Mai una gioia” striscione-icona del tifo nerazzurro, è la passione, quella che porta allo stadio migliaia di persone anche se Romeo purtroppo non c’è più, anche se quando la sua avventura finì - e molti di noi ricordano quei giorni come se fosse ieri - passammo in pochi mesi da San Siro a San Gimignano.

Da 25 anni a questa parte, pochissime volta il Pisa ha fatto un campionato “normale” in qualunque categoria militasse. Tornei vinti a mani basse come la C2 con D’Arrigo o la D con Indiani e Cuoghi, promozioni al cardiopalma come quelle nella bolgia dell’Arena con Braglia e nella bolgia di Foggia (dove però i diavoli erano gli altri) con Gattuso; una salvezza da cardiopalma con tre o quattro allenatori e “facenti funzione” diversi col primo Covarelli nei playout contro la Massese decisi da un gol di Eddy Baggio - al 10’ di recupero - tenuto in gioco solo da un pompiere mentre lo stadio bruciava; le spaventose delusioni con il Brescello, l’Albinoleffe, il Latina; la drammatica sconfitta-retrocessione-fallimento col Brescia mentre altri si salvavano comprando le partite (purtroppo scoperti troppo tardi); il ripescaggio in B scippato con la certificazione mancante delle lampadine; i mesi di Petroni e Taverniti... Insomma, qualcuno può dire di essersi annoiato seguendo il Pisa? No. Se il calcio è emozione, tifare per una squadra come la nostra significa amare il calcio. —

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