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Gionatha Spinesi: ecco chi è Luca D’Angelo Mi ospitava e mi portava in auto al campo

MASSIMO BERUTTO
Gionatha Spinesi: ecco chi è Luca D’Angelo Mi ospitava e mi portava in auto al campo

L’ex bomber descrive il nuovo mister come un grande esempio di serietà e attaccamento al lavoro già da giocatore

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Un grande ex nerazzurro, pisano doc del quartiere I Passi, vent’anni fa ha conosciuto molto da vicino mister Luca D’Angelo. Gionatha Spinesi a Castel di Sangro non solo era compagno di squadra del tecnico rossocrociato, ma anche suo coinquilino. Sotto lo stesso tetto il già esperto stopper pescarese e l’allora giovanissimo centravanti proveniente dall’Inter.

Spinesi, cosa ci racconta del mister nerazzurro?

«Io lo conosco soprattutto come giocatore: un professionista ed un ragazzo serio, che curava tutti i particolari a livello fisico. Il Castel di Sangro era una squadra sottopotenziata per la serie B, ma riuscì a salvarsi grazie alla serietà dei più anziani, sotto la guida di Osvaldo Jaconi, che, come Fascetti a Bari, riusciva a motivarti nel modo giusto, tirandoti fuori anche quello che non avevi».

Per lei fu l’esordio in serie B...

«Avevo già giocato nel Pisa e nelle giovanili dell’Inter. Arrivai a Castel di Sangro nel gennaio 1997 insieme a Daniele Russo (attuale vice di Montella) per sostituire due ragazzi morti in un incidente stradale. Luca D’Angelo, che aveva 7 anni più di me, mi accolse in casa. Non avevo la macchina ed era lui a darmi sempre un passaggio per andare agli allenamenti. Ci svegliavamo con –20 gradi di temperatura. Ricordo che nessuno metteva il freno a mano alla macchina, ma la lasciava in folle bloccando le ruote con qualche masso, perché altrimenti, quando tutto era congelato, sarebbe stato impossibile ingranare la prima. Non posso dimenticare l’aiuto ricevuto da calciatori esperti come D’Angelo, Davide Cei e Pietro Fusco».

Caratterialmente che tipo è D’Angelo?

«Una persona seria, consapevole di quello che fa. Da calciatore conosceva i propri limiti, ma sapeva lavorare sugli altri aspetti, esaltando le sue caratteristiche. Credo che sia così anche da allenatore».

Qualche aneddoto?

«La vita a Castel di Sangro scorreva sempre allo stesso modo: in un paese, che forse è una volta e mezzo il quartiere dei Passi, si andava al bar a fare colazione, poi all’allenamento e quindi tutti a mangiare in una locanda. Le trasferte erano rigorosamente in pullman, anche di 11-12 ore, durante le quali ammazzavamo il tempo giocando a poker. Non posso dimenticare i lunedì liberi, durante i quali io e D’Angelo andavamo a mangiare gli arrosticini, perché lui è di Pescara. Le porzioni erano di 20 e facevano a gara a chi ne mangiava di più. Adesso che mi sono trasferito a Napoli, posso andare facilmente a mangiarli in Abruzzo. Li porterò a Luca quando tornerò a Pisa per riabbracciarlo. Spero che mi permetta di assistere ad un suo allenamento».

Un segreto di D’Angelo?

«È un grande tifoso interista. Quando ero con lui al Castel di Sangro mi infortunai alla schiena e tornai all’Inter per curarmi: mi chiese di portargli una maglia, gli donai la casacca di Ronaldo, il Fenomeno. L’ultima volta che l’ho visto è stata in un Bari-Inter».

Passiamo al Pisa: cosa ne pensa della squadra?

«Premetto che non mi fido molto del calcio d’agosto e quindi della vittoria a Parma. Quando giocavo speravo sempre di uscire subito dalla Coppa Italia, per potermi concentrare sul campionato. Ho visto il Pisa contro il Cuneo: gioca bene da dietro, con una squadra corta che non concede la profondità e sa accorciare sul portatore di palla. Non avevo dubbi, visto che D’Angelo è stato un difensore. Davanti il Pisa dispone dell’esperienza di Moscardelli. Secondo me la rosa si prepara in estate, ma la grande squadra si costruisce nel prosieguo della stagione, con le sconfitte e soprattutto con i successi, che forgiano il carattere. Per vincere il campionato bisogna diventare una grande squadra entro novembre» . –

MASSIMO BERUTTO

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