Gioco
Passioni nerazzurre, tradizione trasmessa di padre in figlio
Sono i colori del cuore (il Pisa e l’Inter), quelli che uniscono la famiglia Schiavi. «Ricordo le dodici ore in auto fino a Parigi per vedere la finale di Coppa Uefa»
PISA. Un doppio colore in fondo al cuore. Nerazzurro a tutto tondo, trasferito da padre a figlio. Inter e Pisa dominano nella famiglia Schiavi, dove lo sport è di casa. Babbo Stefano è interista da sempre, ma non ha mai trascurato la squadra della città, ed è un addetto ai lavori, allenatore da diciott’anni nel calcio femminile, all’Etruria Pisa, alla Bellaria Pontedera e ora a Fornacette, dove allena una squadra a 5. Il figlio Alessio, ancora più appassionato della Beneamata, si dedica alle arti marziali, maestro di kickboxing alla palestra GreenFit di Castelfranco.
L’amore di Stefano Schiavi si riassume in un famoso ritornello: “Sarti, Burgnich, Facchetti...”. La formazione dell’Inter di Helenio Herrera, campione d’Europa negli anni Sessanta. In realtà la prima volta allo stadio Meazza fu anni dopo per una partita del Pisa, contro il Milan nel 1984, quando il team di Anconetani arrivò a San Siro, insieme a diecimila sostenitori, con l’obbligo di vincere per salvarsi in A: «Purtroppo perdemmo. Ricordo che per i rossoneri segnò Blissett, che non faceva mai gol”». Le due fedi nerazzurre quindi si mescolano, indissolubilmente: «Del Pisa sarei potuto diventare un dirigente o almeno un osservatore, se nell’estate 2015 l’imprenditore italoamericano Venanzio Cipollitti avesse acquistato la società da Battini» . Il Pisa venne comprato dalla Carrara Holding di Fabrizio Lucchesi.
Il tifo per due squadre è un delicato equilibrio soprattutto quando le due formazioni si incontrano, come capitato in serie A, soprattutto negli anni 80. Dov’era Stefano Schiavi il primo novembre 1987 quando Dunga, brasiliano del Pisa, trafisse implacabilmente il portiere meneghino Walter Zenga, o il 5 gennaio 1986, nel momento in cui sempre l’Uomo Ragno venne perforato da Paolo Baldieri? «Ero abbonato all’Arena Garibaldi, seduto accanto a Romeo Anconetani, grazie al mio amico Renzo Talamucci, dirigente del Pisa e anni dopo all’Inter. Fu lui a regalarmi i biglietti per la finale di Coppa Uefa 1998, al Parco dei Principi di Parigi, tra Lazio e Inter. E io mandai mio figlio».
Il testimone passa dunque ad Alessio Schiavi: «Indimenticabile il viaggio per Parigi. Io e il mio amico Andrea Burchi partimmo in auto alle 7 di mattina ed arrivammo alle 7 di sera per andare a vedere Ronaldo. Ero all’Arena quando il Fenomeno segnò il suo primo gol in Italia. Sono socio dell’Inter Club di Bientina e vado a vedere le partite a San Siro. Matthaus, Klinsmann e Brehme i primi calciatori che ho ammirato. Le sofferenze sono state molte, ma sono sempre rimasto interista, nella vittoria e nella sconfitta. Quando mi si avvicina uno juventino, mi spunta un’irritazione».
Grandi speranze per il futuro: «Secondo me l’Inter sta facendo un mercato oculato: si è liberata di alcuni esuberi e ha ingaggiato giocatori importanti in difesa ed a centrocampo. Martinez potrebbe essere la sorpresa. Manca ancora un colpo “stile Juve”, ad esempio un calciatore come Di Maria». Ma come si trasmette la passione calcistica di padre in figlio? Tingendo la culla di nerazzurro o inserendo una bandierina tra i ciondoli sopra il lettino? «Niente di particolare - precisa Stefano -. Ho sempre tifato Inter e il bimbo ha seguito le impronte del babbo». Un nuovo interista è già pronto in famiglia: «Per la gara con lo Zenit - racconta Alessio - vorrei portare allo stadio mio nipote Filippo, di 8 anni. E poi verrà con me a San Siro».
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