Sicurezza
L’Orco Ambrosi «Tranquilli, le punte si sbloccheranno»
L’ex attaccante del Pisa di Mian: la squadra di Gautieri ha tutte le carte in regola per inseguire il primato
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PISA. «Quando non riesci a segnare, non devi cercare assiduamente il gol, altrimenti entri in una spirale perversa che ti fa andare fuori di testa». Parola di bomber.
Alessandro Ambrosi, l’Orco che spaventava ogni difesa nel Pisa della famiglia Mian (29 reti in 2 campionati), riserva un buon consiglio ad Eusepi e Negro, ancora a secco di reti in campionato. «In questi casi – prosegue l’ex centravanti, che adesso cura la propria scuola calcio – bisogna giocare nel modo più semplice ed essere utili alla squadra. Per un attaccante la svolta è sempre dietro l’angolo. Basta poco per sbloccarsi e poi tutto cambia».
Ambrosi, segue il Pisa?
«Certamente. Con l’organico che ha, può giocarsela fino in fondo per il primato. Secondo me non saranno molte le squadre in lizza: inizialmente si pensava solo a Pisa ed Alessandria, poi si è fatto avanti il Livorno. Si potrebbe inserire una sorpresa. La Viterbese non mi dispiace affatto, anche se ha perso all’Arena».
Un suo ex compagno è diventato il capitano: che ricordo ha del giovane Mannini?
«Venne da noi che era un bimbo. Suo padre Alessandro era il nostro preparatore dei portieri. Si vedeva che Daniele aveva buone caratteristiche. Ricordo che segnò all’esordio in Coppa Italia ad Ancona ed anch’io feci gol».
Umberto Eusepi un po’ le somiglia: centravanti forte fisicamente, nato nel Lazio, sempre in guerra con avversari e arbitri...
«Non lo conosco personalmente. Io in campo ho sempre avuto un carattere particolare. A fine partita qualche volta mi vergognavo di certi atteggiamenti, perché nella vita di tutti i giorni sono sempre stato una persona tranquilla. Posso dire però che senza carattere non si può giocare in una piazza come Pisa».
Eusepi, al contrario di lei, sbaglia qualche rigore: chi le ha insegnato l’abilità dagli undici metri?
«Io ho iniziato tardi con il calcio. Prima giocavo a golf. Anche nelle conclusioni in porta, miravo un angolo e poi tiravo. Quando ancora giocavo in Eccellenza, allenandomi con un amico portiere, ho elaborato il mio tipo di rincorsa. Con questa tecnica su 71 rigori ne ho sbagliati solo 3, di cui uno a Pisa in un derby con la Lucchese. Il segreto è distaccarsi da tutto ciò che è intorno. Dagli undici metri chi calcia ha tutto da perdere, ma, come ho sempre detto, quando l’arbitro fischia rigore indica il dischetto, non il centro del campo: serve comunque abilità per realizzare».
Il fatto di calciare e segnare i penalty le ha risparmiato i lunghi periodi di digiuno che le attuali punte nerazzurre devono sopportare.
«Io trasformavo i rigori e sapevo anche procurarmeli. Come insegno ai miei ragazzi, l’attaccante in area deve vivere anche di furbizia. Non dico che debba lasciarsi cadere, ma vedo tanti centravanti, che prendono terribili botte e restano in piedi. Non capisco perché non vadano giù».
Negro può essere un’alternativa al classico centravanti: cosa pensa di squadre, come il Barcellona di Guardiola o il Napoli di Sarri, che giocano senza una vera punta centrale?
«Tutto è relativo. Messi anche in posizione di centravanti fa la differenza. Che sia un nove o un falso nove, fare la punta significa trovarsi al momento giusto al posto giusto, come capita a Mertens svariate volte a partita. Il belga non può giocare spalle alla porta, ma il Napoli riesce a portarsi in avanti grazie al possesso di palla».
È più importante la freddezza sotto porta o il lavoro per la squadra, anche a discapito della lucidità?
«Se i gol arrivano dagli inserimenti di esterni e centrocampisti, allora ben venga il lavoro del centravanti. Secondo me però un attaccante deve soprattutto segnare e prendersi le responsabilità. Per lui parlano i numeri».
Lei segnò una tripletta in un Pisa-Prato del 2013-14: si portò a casa il pallone?
«Io ricordo un altro episodio: fu una delle poche partite in cui lasciai un rigore ad un compagno. Sul dischetto si presentò Lorenzini e io segnai sulla respinta del portiere. Sapevo che Giacomo avrebbe calciato ad incrociare, quindi indovinai dove sarebbe arrivata la palla».
Massimo Berutto
Alessandro Ambrosi, l’Orco che spaventava ogni difesa nel Pisa della famiglia Mian (29 reti in 2 campionati), riserva un buon consiglio ad Eusepi e Negro, ancora a secco di reti in campionato. «In questi casi – prosegue l’ex centravanti, che adesso cura la propria scuola calcio – bisogna giocare nel modo più semplice ed essere utili alla squadra. Per un attaccante la svolta è sempre dietro l’angolo. Basta poco per sbloccarsi e poi tutto cambia».
Ambrosi, segue il Pisa?
«Certamente. Con l’organico che ha, può giocarsela fino in fondo per il primato. Secondo me non saranno molte le squadre in lizza: inizialmente si pensava solo a Pisa ed Alessandria, poi si è fatto avanti il Livorno. Si potrebbe inserire una sorpresa. La Viterbese non mi dispiace affatto, anche se ha perso all’Arena».
Un suo ex compagno è diventato il capitano: che ricordo ha del giovane Mannini?
«Venne da noi che era un bimbo. Suo padre Alessandro era il nostro preparatore dei portieri. Si vedeva che Daniele aveva buone caratteristiche. Ricordo che segnò all’esordio in Coppa Italia ad Ancona ed anch’io feci gol».
Umberto Eusepi un po’ le somiglia: centravanti forte fisicamente, nato nel Lazio, sempre in guerra con avversari e arbitri...
«Non lo conosco personalmente. Io in campo ho sempre avuto un carattere particolare. A fine partita qualche volta mi vergognavo di certi atteggiamenti, perché nella vita di tutti i giorni sono sempre stato una persona tranquilla. Posso dire però che senza carattere non si può giocare in una piazza come Pisa».
Eusepi, al contrario di lei, sbaglia qualche rigore: chi le ha insegnato l’abilità dagli undici metri?
«Io ho iniziato tardi con il calcio. Prima giocavo a golf. Anche nelle conclusioni in porta, miravo un angolo e poi tiravo. Quando ancora giocavo in Eccellenza, allenandomi con un amico portiere, ho elaborato il mio tipo di rincorsa. Con questa tecnica su 71 rigori ne ho sbagliati solo 3, di cui uno a Pisa in un derby con la Lucchese. Il segreto è distaccarsi da tutto ciò che è intorno. Dagli undici metri chi calcia ha tutto da perdere, ma, come ho sempre detto, quando l’arbitro fischia rigore indica il dischetto, non il centro del campo: serve comunque abilità per realizzare».
Il fatto di calciare e segnare i penalty le ha risparmiato i lunghi periodi di digiuno che le attuali punte nerazzurre devono sopportare.
«Io trasformavo i rigori e sapevo anche procurarmeli. Come insegno ai miei ragazzi, l’attaccante in area deve vivere anche di furbizia. Non dico che debba lasciarsi cadere, ma vedo tanti centravanti, che prendono terribili botte e restano in piedi. Non capisco perché non vadano giù».
Negro può essere un’alternativa al classico centravanti: cosa pensa di squadre, come il Barcellona di Guardiola o il Napoli di Sarri, che giocano senza una vera punta centrale?
«Tutto è relativo. Messi anche in posizione di centravanti fa la differenza. Che sia un nove o un falso nove, fare la punta significa trovarsi al momento giusto al posto giusto, come capita a Mertens svariate volte a partita. Il belga non può giocare spalle alla porta, ma il Napoli riesce a portarsi in avanti grazie al possesso di palla».
È più importante la freddezza sotto porta o il lavoro per la squadra, anche a discapito della lucidità?
«Se i gol arrivano dagli inserimenti di esterni e centrocampisti, allora ben venga il lavoro del centravanti. Secondo me però un attaccante deve soprattutto segnare e prendersi le responsabilità. Per lui parlano i numeri».
Lei segnò una tripletta in un Pisa-Prato del 2013-14: si portò a casa il pallone?
«Io ricordo un altro episodio: fu una delle poche partite in cui lasciai un rigore ad un compagno. Sul dischetto si presentò Lorenzini e io segnai sulla respinta del portiere. Sapevo che Giacomo avrebbe calciato ad incrociare, quindi indovinai dove sarebbe arrivata la palla».
Massimo Berutto
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