Sicurezza
Caneo e quel gol salvezza contro i romagnoli nell’88
Fu l’unico gol in serie A nella carriera del mediano e rimise il Pisa in corsa dopo il ko di Avellino. «E pensare che Romeo mi aveva messo fuori rosa...»
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PISA. Il match Pisa-Cesena già in passato è stato un delicato scontro-salvezza, in serie A ai tempi di Romeo Anconetani. Era la stagione 1987-88, terzultima partita: dopo una sconfitta ad Avellino, i nerazzurri di Giuseppe Materazzi dovevano vincere. E ci riuscirono, grazie ad una rete del mediano Bruno Caneo che, insieme al libero Mario Faccenda (doppietta conclusiva al Torino), nel finale riuscì a sopperire ad un’annata non brillante delle punte Piovanelli e Cecconi, conducendo il Pisa alla permanenza in paradiso, poi coronata dalla conquista della seconda Mitropa Cup. Cesena e Avellino saranno ancora avversarie in sequenza, anche se in ordine diverso e stavolta sempre all’Arena, nel doppio turno interno dei nerazzurri.
Caneo, ricorda quella rete al Cesena?
«Il Cesena mi ha sempre portato bene. Avevo realizzato due volte anche in B (nel 1984-85, ndr), dopo aver segnato la prima rete ai romagnoli già nella Primavera della Roma. Su un tiro debole di Sclosa, in spaccata girai in rete. In quel momento la squadra era in difficoltà a livello mentale. La vittoria ci diede lo sprint per conquistare gli ultimi tre punti, pareggiando a Genova con la Sampdoria e battendo il Torino. La nostra stagione si era messa male per una serie di vicende. Io e Cuoghi eravamo finiti fuori rosa. Incredibile il motivo: io ero nella casa dove abito tuttora, ad un appuntamento con un architetto per progettare la costruzione. Ed avevo chiesto il permesso. Per la prima volta il grande Romeo fu oggetto di una contestazione. Il presidente era fatto così: quando la classifica non gli andava a genio, doveva far qualcosa per invertire la tendenza».
Segnare dopo essere stato escluso dall’organico fu motivo di rivalsa personale?
«In me non c’era spirito di rivalsa. Il nostro gruppo era unito. L’importante era il bene della squadra e della città, perché sapevamo cosa significava per Pisa restare in A. Ricordo solo una grande scarica di adrenalina. È stata la mia unica rete in massima serie».
Il Pisa di Gattuso ha scelto di andare in ritiro a Montecatini, non troppo lontano dal vostro quartier generale a Villa delle Rose. Lì Romeo come preparava le partite più delicate?
«Noi eravamo sempre in ritiro nei miei 4 anni a Pisa, più di quanto sia accaduto in tutto il resto della mia carriera. Ricordo che ci finimmo anche dopo partite falsate dall’arbitraggio o dalla sfortuna. Per noi non era il massimo sotto il profilo mentale, perché lasciavamo Pescia il venerdì e ci tornavamo all’inizio della settimana successiva. Romeo era fatto così: chi voleva rimanere a Pisa doveva accettare queste condizioni o andar via».
È più tornato a Pescia “da uomo libero”?
«Una volta. Io e mia moglie andammo al parco di Collodi e passammo a Villa delle Rose, per ricordare i vecchi tempi davanti ad una bella fiorentina».
Il presente: come vede il remake di Pisa — Cesena?
«Il Cesena è stato costruito per vincere il campionato, o almeno per disputare i playoff. Non è facile cambiare mentalità a stagione in corso per salvarsi. Il Pisa può approfittarne, perché dall’inizio del torneo è abituato a lottare. Un conto è cercare di vincere per disputare un campionato di testa, senza pressioni, e un altro è conquistare i punti per la salvezza».
Come vede la sfida Gattuso-Camplone?
«A livello caratteriale la vince senz’altro Gattuso. Camplone ha raccolto risultati praticando un buon calcio. Per il Pisa è stato importante il connubio fra giocatori, allenatore ed un pubblico che fortifica la squadra, sapendo trasmettere entusiasmo e grinta».
Anche il Pisa 1987-88, brillante nella successiva Mitropa Cup, nel finale di campionato faticava ad esprimere il proprio gioco?
«Sicuramente ci fu un accumulo di tensione. Quando i risultati non arrivano e sei nelle ultime posizioni in classifica, devi a tutti i costi far punti. Ricordo molto nervosismo anche prima del match di Cremona, ma poi riuscimmo a trasmetterla sul campo in modo positivo. La lotta per la salvezza ti grava di maggiori responsabilità. In realtà anche quando vincemmo a Cremona non avevamo scelta: eravamo 6 mesi in arretrato con gli stipendi e per salvare la società dovevamo andare in serie A».
Massimo Berutto
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Caneo, ricorda quella rete al Cesena?
«Il Cesena mi ha sempre portato bene. Avevo realizzato due volte anche in B (nel 1984-85, ndr), dopo aver segnato la prima rete ai romagnoli già nella Primavera della Roma. Su un tiro debole di Sclosa, in spaccata girai in rete. In quel momento la squadra era in difficoltà a livello mentale. La vittoria ci diede lo sprint per conquistare gli ultimi tre punti, pareggiando a Genova con la Sampdoria e battendo il Torino. La nostra stagione si era messa male per una serie di vicende. Io e Cuoghi eravamo finiti fuori rosa. Incredibile il motivo: io ero nella casa dove abito tuttora, ad un appuntamento con un architetto per progettare la costruzione. Ed avevo chiesto il permesso. Per la prima volta il grande Romeo fu oggetto di una contestazione. Il presidente era fatto così: quando la classifica non gli andava a genio, doveva far qualcosa per invertire la tendenza».
Segnare dopo essere stato escluso dall’organico fu motivo di rivalsa personale?
«In me non c’era spirito di rivalsa. Il nostro gruppo era unito. L’importante era il bene della squadra e della città, perché sapevamo cosa significava per Pisa restare in A. Ricordo solo una grande scarica di adrenalina. È stata la mia unica rete in massima serie».
Il Pisa di Gattuso ha scelto di andare in ritiro a Montecatini, non troppo lontano dal vostro quartier generale a Villa delle Rose. Lì Romeo come preparava le partite più delicate?
«Noi eravamo sempre in ritiro nei miei 4 anni a Pisa, più di quanto sia accaduto in tutto il resto della mia carriera. Ricordo che ci finimmo anche dopo partite falsate dall’arbitraggio o dalla sfortuna. Per noi non era il massimo sotto il profilo mentale, perché lasciavamo Pescia il venerdì e ci tornavamo all’inizio della settimana successiva. Romeo era fatto così: chi voleva rimanere a Pisa doveva accettare queste condizioni o andar via».
È più tornato a Pescia “da uomo libero”?
«Una volta. Io e mia moglie andammo al parco di Collodi e passammo a Villa delle Rose, per ricordare i vecchi tempi davanti ad una bella fiorentina».
Il presente: come vede il remake di Pisa — Cesena?
«Il Cesena è stato costruito per vincere il campionato, o almeno per disputare i playoff. Non è facile cambiare mentalità a stagione in corso per salvarsi. Il Pisa può approfittarne, perché dall’inizio del torneo è abituato a lottare. Un conto è cercare di vincere per disputare un campionato di testa, senza pressioni, e un altro è conquistare i punti per la salvezza».
Come vede la sfida Gattuso-Camplone?
«A livello caratteriale la vince senz’altro Gattuso. Camplone ha raccolto risultati praticando un buon calcio. Per il Pisa è stato importante il connubio fra giocatori, allenatore ed un pubblico che fortifica la squadra, sapendo trasmettere entusiasmo e grinta».
Anche il Pisa 1987-88, brillante nella successiva Mitropa Cup, nel finale di campionato faticava ad esprimere il proprio gioco?
«Sicuramente ci fu un accumulo di tensione. Quando i risultati non arrivano e sei nelle ultime posizioni in classifica, devi a tutti i costi far punti. Ricordo molto nervosismo anche prima del match di Cremona, ma poi riuscimmo a trasmetterla sul campo in modo positivo. La lotta per la salvezza ti grava di maggiori responsabilità. In realtà anche quando vincemmo a Cremona non avevamo scelta: eravamo 6 mesi in arretrato con gli stipendi e per salvare la società dovevamo andare in serie A».
Massimo Berutto
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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