Sicurezza
Premio Pisa, città e ippodromo in festa
È l’edizione numero 126 di un evento la cui storia ha radici solidissime. Le edizioni più curiose, più tristi e più felici
PISA. Il premio "Pisa", quest'anno all'edizione numero 126, rappresenta da sempre un evento per il rapporto che crea con il mondo delle corse e con la città.
IL MONDO DELLE CORSE. Il "Pisa" è sempre stato il grimaldello che ha aperto la stagione del galoppo italiano, prima classica del galoppo europeo fino a pochi anni addietro. Se a Barbaricina svernavano le maggiori scuderie italiane quando ancora i centri privati di allenamento non esistevano, era inevitabile che la massima corsa della stagione pisana fosse anche il punto di partenza dell'intera stagione classica. Si è riportata più volte la frase di Federico Tesio, il più grande allenatore e allevatore italiano: "Un cavallo classico non può non correre il premio Pisa". Tesio aveva un occhio tanto lungo da vedere nel premio "Pisa" non soltanto la prima classica dell'anno ma addirittura la corsa che apriva ai buoni puledri la strada del Derby. E non è un caso che in quegli anni ben undici vincitori del premio "Pisa" fossero anche vincitori del 'nastro azzurro'. Da allora di acqua ne è passata sotto i punti. Gli ippodromi si sono moltiplicati, i calendari si sono inflazionati, e fra il "Pisa" e il derby si sono frapposte corse di ogni tipo, tante da logorare qualsiasi soggetto e da richiedere quindi un uso più razionale dei migliori cavcalli. Ecco perché oggi il premio "Pisa", posto com'è all'inizio della primavera, fa fatica a proporre cavalli che abbiano stamina tale da arrivare al Derby e magari vincerlo. Il giorno che accadrà - e prima o poi accadrà - sarà una bella rivincita per questa nostra corsa così carica di storia.
LA CITTÀ. Oltre che con l'intero mondo delle corse, il secondo punto di contatto è con la città, un rapporto forte, antico, che risale proprio alla prima edizione, a quel 1885 nel quale la corsa, allora disputata sui 1800 metri, fu in parte finanziata dai commercianti della città. Quest'anno l'iniziativa che ha visto numerose negozi del centro storico allestire angoli delle loro vetrine con cimeli ippici per ricordare la disputa del premio "Pisa" ha rappresentato un significativo tuffo nel passato, ricreando quel legame ideale, peraltro mai venuto meno, fra l'ippodromo di San Rossore la città. L'incontro che ogni anno che le istituzioni hanno con gli operatori ippici nel palazzo comunale è un esempio di questo rapporto fra il mondo dei cavalli e la città.
GLI ANEDDOTI. Una corsa storica come il premio "Pisa" contiene in sé storie di ogni genere: eroiche e malinconiche, felici e tristi. Spigolare nel suo albo d'oro è ricostruire momenti spesso sconosciuti della storia ippica italiana ma anche momenti umani vissuti dai singoli protagonisti. Per chi è appassionato e dà valore anche al passato oltre che al presente, è un esercizio di grande soddisfazione.
Da pisani non possiamo non immaginare (ricordare no, perché non ne abbiamo i requisiti anagrafici) cosa dev'essere stata l'edizione del 1915 con il successo di Montechino. In sella c'era un ragazzo di Barbaricina che si chiamava Polifemo Orsini: la sua vittoria fu la prima ottenuta da un italiano in questo corsa dopo trent'anni di dominio inglese.
1936, sessant'anni fa. A vincere fu una femmina che si chiamava Archidamia e che apparteneva alla razza del Soldo. La montava il fantino più forte del momento e forse dell'intera storia del galoppo italiano: Paolo Caprioli. Archidamia vinse e dopo il successo nel "Pisa" vinse anche il Derby Reale del galoppo: fu l'ultima femmina nella storia di quella corsa a tagliare per prima il traguardo. Ecco che il premio "Pisa" entra ancora, attraverso il Derby, nella grande storia del galoppo italiano.
I bombardamenti su Pisa iniziarono il 31 agosto '43. Fino ad allora la città nera stata risparmiata e l'ippodromo di San Rossore aveva fatto tutte le sue stagioni di corse. La prima domenica di marzo del '43 si corse il premio "Pisa". Cinque partenti, favorita Solta, montata da Paolo Caprioli ma, a sorpresa, a vincere fu Buonarrota in sella alla quale c'era Carlino Pandolfi. La dirittura d'arrivo fu tempestosa. I due fantini, entrambi romani e divisi da una forte rivalità, si scambiarono frustate ma quello che aveva iniziato era stato Caprioli quando aveva capito che stava perdendo la corsa. I commissari multarono Caprioli di mille lire e lo appiedarono per un mese. Ma Caprioli era uno degli eroi italiani dello sport, come Nuvolari, come Carnera, e il regime non poteva tollerare che l'onorabilità dei suoi miti venisse intaccata. Così un gerarca presente all'ippodromo andò dai commissari e,seduta stante, pretese che tutte le punizioni venissero cancellate.
1955. Passata la guerra, si avviò la ricostruzione materiale ma anche morale dell'Italia e lo sport è un veicolo. Le vittorie olimpiche di Colò nello sci, di Consolini nell'atletica, i successi di Bartali e di Coppi nel ciclismo furono una chiave di questa riscossa. Anche un cavallo contribuì a questa rinascita: il suo nome era Ribot. La sua storia, nota nel mondo dello sport ippico (e non soltanto), passò da San Rossore con la vittoria nel premio "Pisa" del 1955. Poi Ribot conquistò il mondo: Ascot, Longchamp, il Kentucky come stallone di lusso.
Del passato più prossimo vogliamo ricordare l'edizione del 2002. In pista c'era un buon cavallo che si chiamava Salselon, montato da Sandro Parravani, figlio di Silvio, che era stato un grande fantino. Sandro non aveva mai vinto il "Pisa" e avrebbe dato chissà cosa per imitare almeno una volta il padre che aveva vinto tre edizioni di questa corsa: vinse e batté il record della pista che resiste ancora oggi.
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