Sicurezza
Cavallo è tornato ma il vero sogno ora è una panchina
L’ex alfiere nerazzurro ha fatto il corso per allenatori Come tecnico ha già guidato il Casarano in Eccellenza
PISA. Lo zingaro del calcio si vuole fermare e cerca casa. E per Gerry Cavallo non può che coincidere con una panchina. Finito il lungo calvario della maxi squalifica che lo ha tenuto fuori dai campi per un anno, adesso l’ex nerazzurro è pronto per una nuova sfida e per conquistare una piazza come faceva quando scorrazzava sul rettangolo verde.
Gerry come hai vissuto questo anno di inattività?
«Per uno come me, abituato a giocare sempre, è stato un inferno. Anche perché è stata una squalifica ingiusta».
Spiegati.
«L’arbitro era molto giovane e ha esagerato la violenza del mio comportamento (dopo un rosso, uscendo dal campo ha rifilato un calcio nel sedere al direttore di gara, nda), non era un gesto mirato a fare male. Subito mi hanno dato 14 mesi di squalifica, poi ridotti a 12 in appello ma penso che abbiano voluto dare un esempio con me. Non sono mai stato violento: mai preso un rosso diretto sul campo in tutta la mia vita».
Scontata la squalifica sei tornato al campo?
«Certo, non potevo farne a meno. Adesso do’ una mano all’allenatore della Carrozzeria Torinese negli amatori Uisp, ci alleniamo sul campo della Scintilla e gioco anche nella Marinese Garzella di calcio a cinque, in serie D. Ma il mio sogno è un altro».
Quale?
«Cerco una panchina di categoria. Ho preso il patentino da allenatore e prima della squalifica stavo allenando in Eccellenza. Con il Casarano eravamo primi a tre giornate dalla fine, negli ultimi turni mi si sono infortunati tutti gli attaccanti e abbiamo perso la testa della classifica. Comunque portavamo oltre tremila persone allo stadio in una categoria come l’Eccellenza».
Perché zingaro del calcio?
«Perché in tutta la carriera ho girato tutta Italia, dalla Valle d’Aosta a Lamezia, da Brindisi a La Spezia. Ho quasi sempre vinto: a Brindisi, Pontedera e Castelnuovo per esempio. Poi ho il merito di aver portato Camilli a Grosseto, ma questa è un’altra storia. E naturalmente il Pisa. Nella mia vita avevo due sogni, giocare nella Juve e nel Pisa. Li ho realizzati. Quando sono arrivato al Pisa avevo 26 anni e ho pensato di chiudere qui la mia carriera. Ho segnato molto (19 goal in due stagioni) e fatto segnare. Quando fu il momento di ridiscutere il contratto rifiutai la serie B con l’Empoli e la Lucchese, rinunciai a molti soldi pur di rimanere qui ma con D’Arrigo le cose non andarono bene».
E la Juve?
«Primavera della Juve a diciassette anni, un sogno vero. Era la Primavera di Cuccureddu e giocavo con Michele Serena, Avallano, Gianpaolo, Rubini, vincemmo il campionato. Mi aggregarono alla prima squadra, era la Juve di Schillaci e Casiraghi. Tecnicamente ero davvero forte, ci potevo stare tranquillamente in quella squadra, mi ricordo che una volta in allenamento feci due tunnel a Brio e mi chiese di fermarmi».
Cosa è mancato per il grande salto?
«La testa. Per stare a quei livelli devi essere un professionista, sempre. E io non lo ero. Mi piaceva andare in giro di notte e fare festa. Mi sono reso conto tardi di aver perso un treno importante. Ma ora sono contento, la mia carriera mi è piaciuta».
Nel Pisa attuale come ti vedresti?
«Mi piacerebbe giocarci, farei una grande coppia con Arma: è una punta che non perdona, forse è quello che ci è mancato un po’ l’anno scorso. Lo farei segnare tanto come facevo con Castillo».
Torni spesso allo stadio?
«Quando posso sì, è bello andare fra i tifosi e vedere che ho lasciato un bel ricordo».
Luca Lunedì
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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