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Arma-De Sousa, il calcio non è per i viziati

Arma-De Sousa, il calcio non è per i viziati

Il Pisa ha un centravanti... operaio, la punta aquilana aveva dovuto smettere per una malattia

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PISA. L'Aquila - Pisa non sarà solo la sfida fra i fratelli Pagliari. Gli allenatori stabiliscono le strategie, ma sono gli attaccanti a decidere le partite e gli uomini a combattere fino alla fine. A fronteggiarsi indirettamente (salvo forse qualche "incontro ravvicinato" in area sui calci da fermo) saranno due centravanti dalle vicende molto particolari, assai diversi dal prototipo di calciatori viziati a cui tutto è dovuto. Il nerazzurro Rachid Arma e il rossoblu Claudio De Sousa (coetanei, classe 1985) hanno lottato strenuamente per guadagnarsi la ribalta, saltando più in alto degli ostacoli che la vita aveva messo loro di fronte.

Arma, arrivato dal Marocco in Italia per ricongiungersi con la famiglia, ha lavorato in fabbrica e ha trovato il tempo di ottenere un diploma nei primi anni di carriera, per guadagnarsi da vivere al di fuori del calcio. Non solo: dopo la raffica di gol realizzati fra i dilettanti nella Sambonifacese, ha dovuto vincere una battaglia legale per esordire in Lega Pro, dove non erano ammessi gli extracomunitari (ne sa qualcosa Nacho Castillo).

De Sousa, dal canto suo, 5 anni fa addirittura era stato costretto a smettere di giocare a causa di un infortunio, ma con umiltà e forza di volontà si è fatto nuovamente strada nel calcio professionistico.

Sembravano da predestinato i primi passi di Claudio De Sousa nel mondo del pallone. Il centravanti dell'Aquila, erroneamente ritenuto italo-brasiliano, è di madre maceratese (dunque concittadina dei due Pagliari) e di padre africano dell'Angola (arrivato in Italia 45 anni fa a causa della guerra civile). Esordì in A nella Lazio contro il Milan e addirittura segnò a 19 anni in un match con il Messina. Poi un grave infortunio vascolare ad un piede, nel 2008 a Pescara, gli fece perdere l'idoneità alla pratica agonistica. «Non è stato facile», raccontava De Sousa al quotidiano Il Centro, «ma la voglia di non mollare mi ha riportato di nuovo a correre su un campo di calcio. E’ stato un brutto periodo della mia vita, ma non ho mai smesso di allenarmi. Sfogavo tutta la mia rabbia negli allenamenti perché sapevo che un giorno sarei tornato a giocare. Quello che posso dire ai più giovani è di non mollare mai: nella vita capita di cadere, ma non bisogna mai smettere di ricominciare». Il calvario e la rinascita hanno ispirato un romanzo "Sul ciglio del dirupo”, scritto da Emiliano Reali e presentato dal calciatore pochi mesi fa a Radio Rai.

Massimo Berutto

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione Pisa