Il Tirreno

Pisa

Scarpelloni: un errore andare via, Petrachi mi aveva avvertito

di Massimo Berutto
Scarpelloni: un errore andare via, Petrachi mi aveva avvertito

L’ex direttore generale: pronunciai quel “Perugia è Perugia” perché sognavo di lavorare per la squadra della mia città

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PISA. Spesso è una frase, pronunciata senza intuirne fino in fondo le conseguenze, a caratterizzare per sempre l’immagine di una persona, più di mille opere, buone o cattive che siano. Da “Parigi val bene una messa” di Enrico IV al più modesto “Perché Perugia è Perugia” di Marco Scarpelloni nell’ultima conferenza stampa pisana da direttore generale nel 2008, prima di trasferirsi nella società del Grifo insieme al presidente Leonardo Covarelli. Un’espressione divenuta un piccolo tormentone tra i tifosi nerazzurri.

Scarpelloni, si può dire che Pisa sia stata la vetta della sua carriera e Perugia il sogno irrealizzato?

«Pisa è stata il punto di maggior fulgore e il ricordo più bello. Perugia una pagina da dimenticare».

Che differenze ha trovato tra il Covarelli pisano e quello che aspirava a diventare profeta nella sua Perugia?

«Il Covarelli di Pisa frequentava meno la città ed era più facilmente gestibile. Invece a Perugia era a casa, conosceva tutti e riceveva sollecitazioni e consigli da ogni parte. Così era difficile da indirizzare. Tendeva a prendere sul serio l’ultimo con cui parlava. A Pisa arrivava il venerdì sera, mentre io e Petrachi gestivamo il resto della settimana. A Perugia era diventato una mina vagante».

Lei saprà che a Pisa è ricordato per una frase, forse l’ultima pronunciata sotto la Torre Pendente…

«Sì, Perugia è Perugia. Io sono di Perugia e per me si stava avverando il sogno che avevo fin da bambino. Lasciavo la serie B e una squadra arrivata ai playoff per la A andando in C, in una formazione completamente da ricostruire. Una scelta di cuore, non dettata dalla razionalità».

Petrachi non vi seguì ritenendo che non ci fossero le condizioni economiche per ripartire da zero a Perugia…

«Lui mi aveva predetto una certa situazione, che poi puntualmente si è verificata».

Nella sua città ha vissuto un’unica stagione…

«Venni esonerato a metà anno, richiamato e poi di nuovo allontanato. Avevamo una squadra molto forte, con Benassi, Cutolo, De Giorgio, Mezavilla, Passiglia, Raimondi, Zoppetti. Una rosa che, se fosse stata supportata, avrebbe potuto far bene».

A Perugia ha incrociato anche Fondi…

«Sono molto contento per lui. L’allenatore di allora, che non voglio nominare, non voleva neppure vederlo nello spogliatoio. Se invece Fondi è arrivato a Pisa e prima al Chievo, un po’ di merito è anche mio, che ho sempre cercato di aiutarlo».

Parliamo dell’ultima impresa pisana nei playoff: come riusciste a passare dalla batosta di Busto Arsizio all’apoteosi di Pisa-Monza?

«Ci rendemmo subito conto che quello di Busto Arsizio era stato un incidente. Fu molto bravo Piero Braglia, che prese in mano la situazione. Noi l’aiutammo».

Lei fu il cuscinetto su cui si sfogò l’ira di Braglia dopo l’inaspettata cessione di Puggioni…

«Braglia venne a Pisa solo per una scelta del sottoscritto. Una decisione che poi venne accettata da Petrachi. È chiaro però che, dopo la vicissitudine legata a Puggioni, Braglia preferì attaccare uno come Scarpelloni, che conta poco nel calcio, piuttosto di uno potente come Petrachi, che era meglio tenersi amico».

Visto lo sfogo successivo alla trasferta di Trieste, lei è anche ritenuto uno dei responsabili della rottura tra Bulgarella e Covarelli...

«Credo che due personaggi del genere difficilmente avrebbero potuto coesistere. Cercavano un pretesto per rompere, che potevo essere io. Il loro rapporto non è mai sbocciato».

Lei e Covarelli avete lasciato Pisa un anno prima del fallimento: possibile non ci fossero già i primi segnali del tracollo?

«Io mi occupavo prevalentemente della parte sportiva e in essa non esiste fallimento. I conti erano gestiti dalla signora Casati, la commercialista di Covarelli, e non trapelava niente che non fosse a posto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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