Il Tirreno

Pisa

all’etÁ di 52 anni

L’atleta che sfida il deserto con le ultra-maratone

di Fabrizio Del Pivo

PISA. Interessante conviviale del Panathlon Club Pisa nella quale è stato ospite il maratoneta Paolo Barghini. La storia di Barghini, nato a Pescia, ma residente a Carrara è, in pratica, il rovescio...

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PISA. Interessante conviviale del Panathlon Club Pisa nella quale è stato ospite il maratoneta Paolo Barghini. La storia di Barghini, nato a Pescia, ma residente a Carrara è, in pratica, il rovescio del film Forrest Gump interpretato da Tom Hanks. Sul grande schermo il protagonista era un giovane che correva per diventare grande, Barghini, invece, prima è diventato grande... poi ha iniziato a correre. Fino a dieci anni fa, infatti, il cinquantaduenne, atleta pisano di adozione, in pratica non aveva mai fatto sport ed conosciuto come uno stimato medico, professione che ha lasciato per dedicarsi alla corsa.

All'improvviso, come colpito sulla via di Damasco, si è ritrovato a correre. Ma non gare qualsiasi. Dopo le maratone, ha cominciato ad allungare. Prima la “Cento Chilometri del Passatore”, poi le ultramaratone, quelle di quasi trecento chilometri che si fanno in una settimana portandosi dietro tutto l'occorrente per la sopravvivenza. E Barghini non ha guardato in faccia a nessun Continente visto che prima ha disputato la “Marathon des sables” e la Sahara Race in Africa, poi la “Gobi March” in Cina e quindi, per completare l'opera l'Antartica e la Maratona del Polo Nord. Si è talmente specializzato che, negli ultimi anni, ha vinto tutte o quasi queste ultramaratone.

«Ho iniziato – dice Barghini – quasi per caso. Un amico mi ha portato a correre ed in cinquanta giorni ho preparato la Maratona di Firenze. Poi, pian piano ho allungato fino a quando non ho capito che le ultramarotone estreme erano quelle che volevo fare. Il deserto è il mio posto. Si fanno gare di 250 in sei giorni con tappe da 35-42 e 70 chilometri. In queste sfide, c'è molta più gestione mentale che fisica. Si deve riuscire a gestirsi a livello alimentare e si dorme per terra. I nove litri di acqua giornalieri servono a bere. Mi sono specializzato in questo tipo di corse. Il deserto non è un luogo ostile, ma bisogna rispettarlo altrimenti non perdona».

Una attività del genere cambia la vita... «Sì. Adesso vivo per correre. È il mio mestiere. A 52 anni ho firmato il mio primo contratto da professionista. Sono poche migliaia di euro, ma è importante. Prima facevo anche il medico. Da tre anni ha mollato tutto. Devo ringraziare mia moglie e mio figlio, che ha quattro anni. Hanno capito che per me correre è come una religione. Sono orgoglioso di me anche se mollare tutto non è stato facile. Sono contento di questa mia nuova vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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