Il Tirreno

Pisa

Segna, esce al 45' e va a fare il pane

Carlo Palotti
Malick Dieng in azione
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Malick Dieng in azione

La curiosa storia di Malick Dieng, superbomber Uisp e lavoratore

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 PISA. Malick Dieng ha il calcio nel sangue. Senegalese classe 89, 180 centimetri per 70 kg, fisico statuario. La velocità, giurano i compagni di squadra, è la sua arma in più e nel campionato di Eccellenza Uisp, da un paio d'anni si parla di lui come di un calciatore sprecato per la categoria amatoriale. E pensare che in estate, dopo essere diventato il primo capocannoniere straniero del torneo con la maglia de La Cella, il Seravezza (Promozione) lo aveva voluto in prova per tutta la preparazione.  Poi che cosa è successo Malick?  «Ho dovuto lasciare per il lavoro e la troppa lontananza. Da quattro anni sono arrivato in Italia insieme alla mia famiglia e da due e mezzo, la notte panifico nel forno dei fratelli Faccio di Caprona».  Il calcio ti ha aiutato ad integrarti?  «Si. Il calcio e Duilio».  Chi è Duilio?  «Duilio è il mio secondo padre (ride). È una persona a cui voglio molto bene, anzi colgo l'occasione per salutarlo tramite il giornale. Grazie a Duilio ho trovato lavoro, grazie a Duilio sono anche ritornato a giocare a calcio. Nella seconda parte della stagione '09/'10 fu proprio lui a propormi al Coltano».  Poi però nel campionato successivo è iniziata la tua avventura con La Cella...  «Sì. Ho giocato la prima partita con il Coltano per poi approdare alla corte del presidente Andrea Nannini. Mister Davide Parra mi fece iniziare dalla panchina e nel secondo tempo, appena entrato, andai subito in gol. Da lì ho forse giocato la mia stagione migliore, soprattutto sotto il profilo realizzativo. La seconda partita con La Cella era contro i miei ex compagni e anche in quell'occasione, vennero fuori due assist per il 3 a 1 finale».  E cosa ti dissero quelli del Coltano?  «Niente, mi prendevano in giro e scherzavano. Con tutti loro sono rimasto in ottimi rapporti, ma più in generale, il campionato amatori lascia poco spazio alle brutture che a volte colpiscono il calcio delle serie maggiori».  Certo che per uno che lavora la notte, non deve essere per niente facile far convivere le due cose...  «Beh, tutte le volte che giochiamo in notturna, a fine primo tempo Nannini mi riaccompagna verso il panificio per entrare al lavoro. Quindi dal conto dei 18 gol segnati la passata stagione, bisogna togliere le riprese che non ho potuto disputare».  Dove hai iniziato a giocare a calcio?  «Nel Disso, la squadra di Yeumbeul, la mia città natale in Senegal. Lì ho fatto tutto il settore giovanile, poi raggiunti i 18 anni di età, sono arrivato in Italia per iniziare la mia nuova vita».  Qual è il tuo ruolo in campo?  «Sono una punta centrale, veloce e pronta ad assistere i compagni di reparto. Uso il piede destro, ma all'occorrenza provo anche con il sinistro. A volte, mister Parra mi ha anche utilizzato come trequartista o esterno alto».  E in squadra hai trovato dei buoni compagni?  «Certo, siamo un bel gruppo, fatto di tante belle persone. Alessio Taccori è un amico anche fuori dal campo; Francesco Lezzi, è forse il compagno che più spesso riesce a mettermi in condizione di andare a rete».  Sei molto giovane, dove ti vedi tra dieci anni?  «Credo fermamente nei miei mezzi, posso arrivare lontano. Da un anno sono anche seguito da un'agenzia che in estate (prima della preparazione con il Seravezza) provò ad accasarmi con una squadra di Seconda Divisione laziale. La speranza, è che in futuro possa mettermi alla prova anche in altre categorie».  Siamo alla fine dell'intervista. Vuoi salutare qualcuno?  «Sì: Duilio, la società e tutti i compagni. Poi l'ultimo pensiero lo dedico ai cinque ragazzi senegalesi che ogni volta vengono al campo per vedermi giocare: grazie di tutto».

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