Il Tirreno

Pisa

Una freccia a San Giuliano Terme

Fabrizio Del Pivo
<b>SAN GIULIANO</b> Lavezzini e gli altri componenti dello staff tecnico insieme a Ben Johnson
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SAN GIULIANO Lavezzini e gli altri componenti dello staff tecnico insieme a Ben Johnson

Ben Johnson preparatore atletico al "camp" di Pagniello e Lavezzini

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 SAN GIULIANO. Dici Ben Johnson e tutti gli sportivi sanno chi è, nel bene e nel male. Nel bene per le tante medaglie vinte dallo sprinter giamaicano tra le quali spicca l'oro di Roma nei 100 metri ai campionati del mondo, mentre il male è raffigurato dalla "fuga" da Seoul.  Johnson venne trovato positivo al doping e dovette riconsegnare l'oro olimpico al rivale Carl Lewis. Ma, anche nel mondo dello sport, non sono in molti a sapere che, prima e dopo la carriera nell'atletica leggera, ha giocato a calcio nel Toronto Link, squadra canadese semiprofessionistica. E questo amore per il calcio lo ha portato a fare il preparatore atletico.  Per questo il quasi cinquantenne ex sprinter (compirà gli anni in dicembre) era a San Giuliano durante il "camp" organizzato dal Genova International Football Club del direttore Morris Pagniello, italo-australiano che è in ottimi rapporti con il Pisa Academy di Stefano Sbrana, al quale, sotto la guida di Rino Lavezzini ex tecnico di squadre importanti come Mantova, Catanzaro, Massese, Carrarese e Viareggio, partecipano sedici ragazzi under 15 provenienti da Canada ed Australia.  «Amo lo sport - dice Ben Johnson - e sono quindici anni che faccio questo mestiere. In Canada, dove tuttora vivo, faccio il preparatore atletico con atleti di vari sport come il football americano, il basket ed il calcio femminile. Oltre all'atletica ed al calcio, naturalmente. In pochi sanno che ho fatto perdere quaranta chili a Maradona e gli ho permesso di tornare a giocare».  A cinquant'anni è il momento di fare un bilancio della propria vita...  «Ho avuto molti successi, poi, lo sanno tutti, la vita è fatta di cose belle e meno belle. Ho fatto tanta esperienza e posso dire che le cose positive sono superiori a quelle negative. Ricordo, ancora adesso, la vittoria di Roma ai Mondiali del 1987. Quel periodo vissuto in Italia è stato senz'altro fantastico. La vita è bella: purtroppo, a volte, si incontrano persone cattive».  Dopo oltre vent'anni cosa ricorda di Seoul?  «Il mio problema è derivato dai soldi. Tutti si dopavano, ma hanno preso soltanto me per invidia. Dove ci sono soldi ci sono corruzione e cattive persone. Carl Lewis, per esempio, non è mai stato trovato positivo: volete sapere perché? Perchè è americano. Comunque, di questa vicenda e di molte altre avrete modo di leggere nella mia autobiografia "Seoul to Soul" che uscirà all'inizio dell'anno prossimo».  Il suo connazionale Bolt può migliorare ancora?  «E' un grande talento. Inoltre, ha la fortuna che, grazie alla tecnologia moderna, ci sono migliori tecnologie di allenamento e le superfici delle piste molto più veloci. Sono certo che potrà fare record ancora più sensazionali di quelli che ha fatto finora. Comunque, anche ai miei tempi c'erano tecnici preparatissimi. Nel 1989, ad esempio, durante un'inchiesta nei miei confronti sul doping il mio allenatore Charlye Francis ha dimnostrato al mondo che i miei risultati erano frutto di un lavoro molto duro ed ancora adesso sono in molti al mondo, anche se lui è morto recentemente, che si ispirano a queste metodologie e stategie per correre più veloci».  Lei è ancora amico di Pietro Mennea...  «Siamo rimasti in ottimi rapporti. A mio avviso era il più grande del suo periodo. Non a caso sono in pochi ad aver superato i suoi record che risalgono ad oltre trent'anni fa».

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