La manifestazione
Piovanelli: «Una ferita aperta»
Antonio Scuglia
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GRANDE EX. Piovanelli L'ex bomber e quei mesi con Pomponi
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PISA. «I veri ex nerazzurri sono Dunga, Sclosa e Piovanelli». Così Stefano Cuoghi, durante l'ultima campagna acquisti. Ma cosa fanno i tre grandi del passato? Il primo è in attesa di una nuova panchina, dopo l'esonero dal Brasile; il secondo fa il procuratore. E il terzo... soffre ancora di mal d'amore per il suo Pisa. Che cercò di non fare naufragare negli ultimi mesi disperati della gestione Pomponi, pagando poi in prima persona errori, scelte e tradimenti non suoi. Lamberto Piovanelli torna a parlare ora, dopo più di un anno. «Ma con lo stesso dolore di allora». Lamberto, esiste una data precisa del tracollo? «Il pareggio di Rimini-Pisa doveva essere il punto della salvezza, ma i tifosi ci minacciarono in autostrada. Con altre squadre il risultato sarebbe stato diverso, ma quella non aveva di giocatori di grande carattere, a parte Genevier che ce l'ha messa tutta sino alla fine. E così arrivarono terrorizzati alla sfida decisiva col Brescia». Quella settimana eravate a Pescia. Cosa successe? «Io volevo Roma, Cinquini puntò su Pescia; veniva agli allenamenti e tornava a casa, parlava con qualcuno ma non faceva le riunioni con la squadra. Pomponi non c'era, eravamo lasciati in balia delle onde. A Villa delle Rose non ci volevano neanche e ci telefonarono di tornare indietro a causa dei conti non pagati, ci presentammo lo stesso e garantii io per il pagamento». La società avrebbe dovuto fare qualcosa di diverso? «Avrebbe dovuto fare qualcosa e basta. Dopo la partita col Piacenza siamo stati lasciati completamente soli, avevamo l'appoggio della segreteria e stop». I giocatori avevano davvero paura? «Di tutto. Ho visto cose disastrose in quella settimana, non passava un'ora senza che un giocatore mi chiedesse "Ma questi del Brescia vengono davvero per vincere?"». Ma perché hai accettato di fare il team manager? «Fui spinto dal vecchio datore di lavoro. Non volevo: vedevo troppe cose non chiare, gli mandai tanti sms perché cambiasse idea. Alla fine accettai, qualcuno doveva farlo. E mi buttai anima e cuore nell'incarico. Oggi non lo rifarei. Ci rimisi tempo, soldi e salute, a fine stagione non fui neanche invitato al Mau Ovunque... Quei pochi mesi per me hanno pareggiato la gioia di Cremona. Eppure avevo fatto il mio dovere, per quanto potevo: potevo salvarmi venendo via prima e lasciando affondare la barca senza di me. Ho provato a tappare le falle fino all'ultimo momento, senza poter fare niente». E a fine campionato cos'è successo? «Dopo 10 giorni Pomponi mi chiamò implorandomi di trovare un acquirente. Trovammo uno sponsor triennale, se il debito fosse stato - come lui aveva detto - di un milione o poco più si sarebbe potuto rimediare. Ma lì scoprii che il debito era tremendamente più alto. Quando poi il sindaco si mise in contatto con Covarelli fui chiamato anch'io, con i miei soci intavolammo qualche discorso ma non c'era più niente di salvabile. Provammo a portare Losole, provammo con Di Pietro, ma videro i conti e... dissero no». Ci sono altre vittime dirette di quella annata disastrosa? «Massimo Donati. E' stato troppo buono per amore del Pisa: ha fatto male ad andare via senza spiegare tutte le cose, e così è stato criticato lui che invece era l'unico a metterci la faccia, i soldi e la passione». Il Pisa vai a vederlo? «L'anno scorso ho visto qualche partita con mio figlio, da tifoso. Il Mezzolara, la trasferta di Ponsacco dove oggi lavoro. Il Pisa è sempre nel mio cuore. Ma sono ancora in cura ai "grandi ustionati".
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