Il Tirreno

Pisa

Romeo, il mito non muore mai

Antonio Scuglia e Simone Martini
Romeo Anconetani
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Romeo Anconetani

Esperto, vulcanico, tremendo nella sua ira per i tifosi all'Arena e fuori lui c'è sempre. Dieci anni fa, il 3 novembre 1999, moriva Romeo Anconetani, il Presidentissimo che più di ogni altro ha fatto la storia del calcio pisano «moderno»

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(Dal Tirreno del 3 novembre 1999)

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PISA. Dieci anni fa, il 3 novembre 1999, moriva Romeo Anconetani, il Presidentissimo che più di ogni altro ha fatto la storia del calcio pisano «moderno». Il giorno dopo partì la campagna del Tirreno per fargli intitolare l'Arena Garibaldi, teatro delle sue imprese per 15 anni.

Allora la tecnologia non era quella odierna: chiedemmo ai lettori di esprimersi e in pochi giorni quasi 2900 pisani vennero in redazione a portare il loro volto: oltre 2800 risposero «sì», qualche decina «no». Tanto da indurre il consiglio comunale, in seduta straordinaria, ad approvare il progetto all'unanimità. La legge non consentiva di intitolare un edificio pubblico a una persona morta da meno di dieci anni: l'escamotage usato fu la cointestazione, ovvero l'aggiunta del nome di Romeo alla vecchia e gloriosa dicitura «Arena Garibaldi».

I funerali si tennero allo stadio, con la bara portata a spalle dai tifosi davanti alla curva Nord gremita di gente. Romeo morì in dignitosa povertà, cinque anni dopo il drammatico spareggio di Salerno che aveva sancito la retrocessione in serie C del Pisa ai rigori, e la successiva cancellazione dal calcio professionistico per un debito federale di poco meno di tre miliardi di lire (un milione e mezzo di euro): un decimo o un centesimo dei debiti di altri grossi club, all'epoca e anche dopo graziati dalla giustizia sportiva.

Eppure per tre lustri quest'uomo aveva portato una realtà piccola (in termini economici e di peso politico) come Pisa vicino ai vertici del calcio italiano, con tanta serie A e due Mitropa Cup vinte. Come dirigente, il suo fu un peregrinare un po' in tutta la Toscana, lui che era triestino di nascita. Signa, Prato e Lucchese che fu ad un passo da rilevare. Ma la stabilità e gli affetti li trovò a Pisa dove arrivò nel 1978, subentrato a Rota ma intestando all'inizio la presidenza al figlio Adolfo perchè lui era squalificato. A Pisa fece di tutto, capace di grandi slanci di generosità e di scatti d'ira leggendari. Difendeva le sue idee con forza, anche sfidando il pubblico (che pure lo adorava) quando questo non era d'accordo, come nel caso del suo progetto Pisorno. Riuscì per molti anni a costruire ottime squadre, portando a Pisa giocatori come Kieft, Berggreen, Dunga, Simeone, Piovanelli, Chamot, Larsen, Vieri. La storia sportiva fu magnifica ma terminò nell'estate del 1994.

I nerazzurri erano quasi salvi, prima dello scandaloso Acireale-Bari: i siciliani, concorrenti del Pisa, vinsero e segnarono al 100' minuto, quando il Bari conosceva già i risultati finali delle altre gare che gli regalavano la serie A. Al Tupparello erano infatti sparite le bandierine dei calci d'angolo dopo il primo tempo... E quel risultato costrinse i nerazzurri allo spareggio poi perso ai rigori, a Salerno. Ma ancora oggi non c'è partita in cui i tifosi, in casa e fuori, in Eccellenza e in serie B, non intonino almeno un coro a Romeo.

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