La manifestazione
VOLLEY
Più sudore che oro
Davide Ribechini
◗
TALENTO. Giulia Rondon (foto Carlo Pagani per Rebecchi Lupa) A destra Francesca SchiavoneTitolo europeo e gran debutto in A-1, ma la giovane pisana non si sente una star
3 MINUTI DI LETTURA
PISA. Giulia Rondon, classe 1987, è un talento del volley italiano che ha vissuto nel 2009 il suo anno di grazia: Giulia è palleggiatore della River Piacenza in A-1 e recente medagliata agli ultimi esaltanti Europei, vissuti da Rondon alle spalle di un mostro sacro del volley come Lo Bianco. In pochi sanno però che la sua carriera sportiva è iniziata a Pisa, dove Giulia è nata, e precisamente alla Turris, uno storico sodalizio ubicato in uno dei quartieri più popolari e vivi della città, il Cep. Nei suoi ricordi passato e futuro si intrecciano, ad uscirne fuori è il quadro di una ragazza normale arrivata ad altissimi livelli seguendo una trafila tutto sommato lineare: come a dire, giovani pallavoliste, datevi da fare, potrebbe capitare anche a voi.
Poche settimane fa la medaglia d'oro agli Europei; adesso, in campionato, 3-0 a Pesaro sul campo della squadra campione d'Italia. Domenica è andata peggio, ma avete lottato alla grande. Insomma, per te è un gran momento...
«In realtà la situazione è più normale di quanto possa sembrare. E' vero che siamo una matricola in A-1 ma abbiamo lavorato tantissimo, stiamo crescendo, e vogliamo giocarcela con tutte. A Pesaro è stata una gran vittoria, ma costruita con applicazione e allenamenti costanti. Non lo sento come qualcosa di magico, e non sento una pressione speciale addosso».
Il tabellino delle prime partite dice che hai fatto parecchi punti in entrambe, questo non è normale per un palleggiatore..
«Diciamo che non sempre i pallonetti cadono. Ma io ci provo sempre».
Sei arrivata all'alto livello passando per il Club Italia. Che ricordo hai di quella esperienza? Altre due giovani pisane, Giulia Pisani ed Eleonora Bruno, stanno provando quest'anno a seguire le tue orme.
«Del Club Italia non posso che parlar bene. Ti seguono costantemente, sia a livello sportivo che scolastico, e tu hai la possibilità di dedicarti completamente a crescere e imparare, in un ambiente qualificato e sano. Sicuramente è una rampa di lancio importante per la serie A, anche se penso che il difficile non sia toccare l'alto livello, ma restarci».
Consigli alle ragazze giovani?
«Di andare non a fare panchina, ma a giocare, che poi sia A-2 o B-1 poco importa. In A-1 si può arrivare anche a 25 anni, ma l'importante in ogni caso è arrivarci essendo in grado di tenere il livello».
La tua esperienza, con i due anni a Cremona in A-2 parla chiaro. E invece, per quanto riguarda gli inizi?
«Beh, io sono entrata in palestra, alla Turris, principalmente perché giocava già mia sorella ed era anche comodo per mia madre farmi fare attività sportiva dove la faceva lei. Credo che tante bambine si affaccino così al volley, per motivi pratici. Resta il fatto che la pallavolo mi è piaciuta subito, e infatti è l'unico sport che abbia mai fatto».
E la chiamata dal Club Italia?
«Prima di quella ho affrontato diverse selezioni provinciali e regionali, secondo il famoso piano "altezza". Io allora ero alta e basta, nel senso che sapevo fare molto poco, ma evidentemente i tecnici hanno visto margini e alla fine mi è stato proposto di partire subito per l'avventura con la selezione nazionale. Ho avuto fortuna, e l'ho avuta anche nell'avere una famiglia che mi ha appoggiato e che ha accettato di veder andar via di casa una figlia molto giovane. Da parte mia, all'epoca, non avevo idea di dove mi avrebbe portato quell'esperienza, mi intrigava e basta: che sarebbe diventata la mia vita e che avrebbe portato medaglie e interviste, non mi passava neppure per la testa. E anche oggi non mi sento affatto una predestinata».
Poche settimane fa la medaglia d'oro agli Europei; adesso, in campionato, 3-0 a Pesaro sul campo della squadra campione d'Italia. Domenica è andata peggio, ma avete lottato alla grande. Insomma, per te è un gran momento...
«In realtà la situazione è più normale di quanto possa sembrare. E' vero che siamo una matricola in A-1 ma abbiamo lavorato tantissimo, stiamo crescendo, e vogliamo giocarcela con tutte. A Pesaro è stata una gran vittoria, ma costruita con applicazione e allenamenti costanti. Non lo sento come qualcosa di magico, e non sento una pressione speciale addosso».
Il tabellino delle prime partite dice che hai fatto parecchi punti in entrambe, questo non è normale per un palleggiatore..
«Diciamo che non sempre i pallonetti cadono. Ma io ci provo sempre».
Sei arrivata all'alto livello passando per il Club Italia. Che ricordo hai di quella esperienza? Altre due giovani pisane, Giulia Pisani ed Eleonora Bruno, stanno provando quest'anno a seguire le tue orme.
«Del Club Italia non posso che parlar bene. Ti seguono costantemente, sia a livello sportivo che scolastico, e tu hai la possibilità di dedicarti completamente a crescere e imparare, in un ambiente qualificato e sano. Sicuramente è una rampa di lancio importante per la serie A, anche se penso che il difficile non sia toccare l'alto livello, ma restarci».
Consigli alle ragazze giovani?
«Di andare non a fare panchina, ma a giocare, che poi sia A-2 o B-1 poco importa. In A-1 si può arrivare anche a 25 anni, ma l'importante in ogni caso è arrivarci essendo in grado di tenere il livello».
La tua esperienza, con i due anni a Cremona in A-2 parla chiaro. E invece, per quanto riguarda gli inizi?
«Beh, io sono entrata in palestra, alla Turris, principalmente perché giocava già mia sorella ed era anche comodo per mia madre farmi fare attività sportiva dove la faceva lei. Credo che tante bambine si affaccino così al volley, per motivi pratici. Resta il fatto che la pallavolo mi è piaciuta subito, e infatti è l'unico sport che abbia mai fatto».
E la chiamata dal Club Italia?
«Prima di quella ho affrontato diverse selezioni provinciali e regionali, secondo il famoso piano "altezza". Io allora ero alta e basta, nel senso che sapevo fare molto poco, ma evidentemente i tecnici hanno visto margini e alla fine mi è stato proposto di partire subito per l'avventura con la selezione nazionale. Ho avuto fortuna, e l'ho avuta anche nell'avere una famiglia che mi ha appoggiato e che ha accettato di veder andar via di casa una figlia molto giovane. Da parte mia, all'epoca, non avevo idea di dove mi avrebbe portato quell'esperienza, mi intrigava e basta: che sarebbe diventata la mia vita e che avrebbe portato medaglie e interviste, non mi passava neppure per la testa. E anche oggi non mi sento affatto una predestinata».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
