Il Tirreno

Pisa

La sommossa

Pisa, i “capi” della rivolta in carcere si difendono: «Protesta per microspie e abusi»

di Lorenzo Carducci

	Alcuni frame della diretta e le forze dell'ordine davanti al carcere
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Alcuni frame della diretta e le forze dell'ordine davanti al carcere

Custodia cautelare per i quattro promotori arrestati e allontanati. Dal gip l’udienza di convalida: in due si dichiarano estranei. La sezione resta inagibile, probabili trasferimenti

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PISA. «Ho fatto la diretta per denunciare gli abusi che stavamo subendo. Volevamo protestare per le microspie che abbiamo trovato in cella e per gli altri problemi». Sono le parole che avrebbe pronunciato ieri di fronte al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Pisa Daniel Myrtaj, 24enne albanese ritenuto tra i capi o promotori della rivolta scoppiata mercoledì sera nella sezione 2° piano giudiziario del carcere Don Bosco – tra barricate, olio bollente sul pavimento, suppellettili incendiate e lanciate – e sedata dopo un’intera notte di mediazione.

È stato lui a girare direttamente dalla cella numero 48 la diretta Tik Tok da migliaia di visualizzazioni, nella quale ha ripreso la sommossa e mostrato le cimici e i dispositivi che erano stati nascosti a fini investigativi, a quanto si apprende per un’indagine finalizzata a fare luce sull’ingresso al Don Bosco di droga (oltre che evidentemente di cellulari) dopo il presunto ritrovamento di bustine di cocaina. In aggiunta alle accuse condivise con gli altri tre presunti promotori arrestati e trasferiti, di rivolta in istituto penitenziario e danneggiamento – nella quale il gip Domenico Rocco Vatrano ha riqualificato quella ben più grave di devastazione –, al 24enne viene contestato anche l’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione. Myrtaj, difeso dall’avvocata Sabrina Del Fio, ha fornito la sua versione in collegamento dal carcere Le Sughere di Livorno. Di fronte al gip e alla presenza del pubblico ministero Miriam Pamela Romano, non avrebbe negato di aver spaccato e lanciato mobili e oggetti, in compenso avrebbe negato di aver assunto comportamenti violenti nei confronti degli agenti, da cui sosterrebbe di aver ricevuto una manganellata in testa. «Abbiamo chiesto di parlare con un giornalista» avrebbe aggiunto, intenzione confermata anche dalla diretta Tik Tok.

Si sarebbero invece dichiarati estranei alla protesta Ilber Arshi, 39enne albanese difeso dall’avvocato Massimo Landi, l’unico tra i promotori arrestati presente ieri in aula e trasferito nel carcere di Massa, e German Jerson Bolanos, 39enne colombiano difeso dall’avvocato Ivo Gronchi, in videcollegamento dal carcere La Dogaia di Prato. Secondo l’annotazione della polizia penitenziaria, entrambi, detenuti nella cella 46 della sezione, avrebbero spaccato e lanciato un tavolo di legno e non solo contro gli agenti. «Non ho toccato nemmeno una sedia, la responsabilità è di altri, chi è stato lo sa – avrebbe detto Arshi, a cui viene anche contestato di aver minacciato gli agenti con in mano un pezzo di legno –. Io mi sono chiuso in cella, non so nemmeno se alla 46 c’erano cimici». Pur riconoscendo che al Don Bosco non funziona niente, tra sovraffollamento, celle sporche, topi e insetti, il 39enne albanese avrebbe smentito di aver partecipato alla rivolta e alla diretta.

Anche Bolanos avrebbe escluso di aver avuto un ruolo attivo – «Ero in cella con Arshi» – specificando che in quanto tra i pochi non albanesi della sezione, avrebbe avuto difficoltà a dissociarsi completamente dalla sommossa. Ma avrebbe addirittura chiesto come poter uscire da quella situazione alla direttrice Alice Lazzarotto e alla garante dei detenuti Valentina Abu Awwad, che hanno guidato la mediazione.

L’unico ad aver rinunciato all’interrogatorio, adducendo problemi sanitari, è stato Andrea Petroniq, 43enne albanese difeso dall’avvocata Luisa Renzo, trasferito a Sollicciano e compagno di cella di Myrtaj. Convalidati gli arresti, il gip Vatrano ha disposto la custodia cautelare nei confronti di tutti e quattro, accogliendo la richiesta dal pubblico ministero. Una misura che si sovrapporrà alle cause per cui sono già detenuti. Secondo il giudice le dichiarazioni difensive degli indagati risultano palesemente smentite dalle annotazioni di polizia giudiziaria.

Mentre vanno avanti le indagini sulla rivolta, estese anche ad altri detenuti denunciati, e quelle sull’entrata di droga e dispositivi, la sezione 2° piano giudiziario risulta del tutto inagibile. I danni sono ingenti ed è probabile che ciò, complice il cronico sovraffollamento del penitenziario, porti al trasferimento di buona parte dei 50 e più detenuti del reparto. Proprio come avvenuto a Sollicciano dopo la chiusura di sezioni per carenze igienico-sanitarie. Se quindi la notte di tensione è alle spalle, la gestione della casa circondariale mantiene tutti i crismi dell’emergenza.

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