Pisa, anni di chemio e cortisone ma il tumore non esisteva – La diagnosi sbagliata e la decisione del tribunale
Risarcita una donna alla quale era stato diagnosticato un linfoma. Secondo i giudici i trattamenti hanno causato una serie di effetti sia fisici che psicologici
PISA. Più di quattro anni di pesanti terapie antitumorali, con ripercussioni sulle condizioni psichiche e fisiche della paziente. Ma quella malattia, un linfoma all’intestino, in realtà non era mai esistito. Una vicenda drammatica, che ha portato la Corte d’appello di Firenze a condannare l’Aoup a risarcire alla signora oltre 470mila euro, cifra in aumento rispetto alla sentenza di primo grado del Tribunale civile di Pisa.
Diagnosi sbagliata
La vicenda inizia nel 2006 quando la signora si rivolge all’ospedale di Volterra per un intervento chirurgico di ortopedia. Durante gli esami di preospedalizzazione viene riscontrata una difformità nella conta dei globuli bianchi. Per questo l’intervento viene rimandato e i referti vengono inviati per un esame specialistico all’ematologia dell’Aoup. A settembre la mazzata: dopo una biopsia midollare e intestinale arriva la diagnosi di linfoma non Hodgkin indolente, tipo Malt, a prevalente localizzazione intestinale.
Dal gennaio dell’anno successivo la signora viene sottoposta a una serie di trattamenti con chemioterapia, cortisone e steroidi, che si prolungano fino al maggio del 2011. In quel mese una nuova biopsia, effettuata a Genova, esclude la presenza del tumore.
Conseguenze pesanti
Nel frattempo, però, le terapie avevano avuto una serie di conseguenze nefaste. Innanzitutto dal punto di vista fisico: la donna ha infatti raccontato di aver iniziato a soffrire di alterazione dell’equilibrio ormonale, oltre a una serie di episodi di frattura e alla necessità di asportare il coccige. Ma effetti negativi si sono verificati anche dal punto di vista psicologico, con l’ansia di poter sviluppare un nuovo tumore e addirittura pensieri suicidi. Infine, conseguenze di tipo pratico: la signora, che lavorava come assicuratrice, in seguito alle terapie ha ridotto il proprio impegno professionale fino ad azzerarlo e, inoltre, le è anche stata ritirata la patente perché ritenuta non più idonea alla guida.
In tribunale
Dopo un tentativo stragiudiziale non riuscito la signora ha chiamato a rispondere dell’operato la Aoup davanti al giudice civile di Pisa. L’Azienda si è difesa rammentando la complessità del quadro clinico e la difficoltà nell’arrivare a una diagnosi e, in ogni caso, la correttezza della terapia praticata. Secondo il consulente del giudice però, non c’erano motivi per sottoporre la signora a quel tipo di trattamento: l’ipotesi di linfoma non era avvalorata né dai risultati di esami e visite né dai sintomi lamentati dalla paziente.
Così il Tribunale di Pisa aveva condannata l’Aoup a risarcire la signora con 258mila euro. La cifra è stata però modificata al rialzo dal giudice della Corte d’appello di Firenze, con una sentenza pubblicata pochi giorni fa. I magistrati di secondo grado, infatti, hanno considerato un’invalidità permanente del 60% e non del 40, come era nella prima sentenza. Inoltre è stata riconosciuta la “personalizzazione del danno” a seguito dello stravolgimento che la signora ha subito non solo dal punto di vista psicologico ma anche da quello concreto della vita quotidiana.
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