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Orario ridotto dopo il tumore, il giudice condanna l’azienda: il caso a Pisa e i motivi
La dipendente aveva chiesto lo smart working o una mansione d’ufficio
PISA. Prima la guerra contro il cancro. Poi il tempo della convalescenza e il successivo rientro al lavoro. Ma è da lì che per una signora di Pisa inizia una seconda battaglia: quella per avere una mansione idonea alla sua situazione fisica. Un percorso che è arrivato davanti al giudice civile che ha dato ragione alla lavoratrice, che vedrà ripristinare il proprio orario che era stato “sforbiciato” per tre quarti. La signora è dipendente di un colosso pugliese della ristorazione collettiva che ha in appalto la mensa di un ente pubblico nel pisano (omettiamo ulteriori dettagli per non renderla identificabile, dati i problemi di salute).
Le date e la vicenda
È passata anche attraverso un cambio di appalto (con il trasferimento dei dipendenti), occupandosi a tempo pieno (40 ore settimanali) del controllo della qualità delle merci e della rilevazione delle presenze del personale in varie mense sparse in tutta la Toscana. Questo almeno fino al giugno del 2022, quando alla signora viene diagnosticato un carcinoma e, di conseguenza, le viene riconosciuto lo stato di invalidità. Dopo un’assenza di alcuni mesi il 21 settembre di due anni fa torna a lavorare ma il medico competente la ritiene idonea soltanto a mansioni di ufficio.
Ed è proprio su questo punto che nasce il problema. La società di ristorazione, infatti, fa presente l’impossibilità di adibirla a compiti d’ufficio per la mancanza di locali disponibili nella struttura pisana. Di più: offre alla dipendente la possibilità di trasferirsi, a Genova o Roma. Una proposta che, come facile immaginare, viene declinata. A quel punto la donna viene sospesa dal lavoro ma lo scorso anno una conciliazione davanti al Tribunale stabilisce un orario ridotto a dieci ore (con mansioni da svolgere a Pisa) con le restanti 30 “assorbite” da un assegno di solidarietà dell’Inps.
Lo stipendio e la richiesta
Una situazione portata avanti fino al settembre scorso, quando gli ammortizzatori scadono e la donna si trova quindi con un stipendio ridotto a un quarto. L’azienda, infatti, non accetta la sua richiesta di poter lavorare sei ore al giorno (e quindi 30 in una settimana). Una riduzione anche economica, ovviamente, che ha causato gravi difficoltà alla signora, al punto di costringerla a chiedere prestiti ai parenti. Inoltre, nel 2025 è previsto un cambio di appalto e il nuovo gestore si troverebbe un contratto di sole dieci ore settimanali, «con – si legge nel ricorso presentato dalla donna in via d’urgenza – evidente danno patrimoniale e alla professionalità».
Da parte sua l’azienda di ristorazione ha ribattuto sostenendo che la prescrizione medica non impedisse alla donna di spostarsi da una sede all’altra della Toscana. Posizione però rigettata dal giudice: «pretendere che percorra decine o centinaia di chilometri per raggiungere quotidianamente le sedi – si legge nell’ordinanza depositata pochi giorni fa – vuol dire chiedere alla ricorrente un gravoso impegno fisico che i medici hanno chiaramente inteso escludere con i certificati emessi».
Cosa dice l’ordinanza
Secondo il magistrato, in definitiva, «la condotta del datore di lavoro risulta censurabile. Non emerge che la società si sia adoperata per trovare un’adeguata soluzione per consentire alla ricorrente di lavorare a tempo pieno in condizioni compatibili con il suo stato di salute». L’azienda, infatti, si sarebbe limitata a chiedere all’ente pubblico la disponibilità di un ufficio e «una volta ricevuta risposta negativa, lì si è fermata. Non è stata neppure valutata l’ipotesi di smart working che, a detta della ricorrente, consentirebbe di svolgere molte attività».
Un comportamento «discriminatorio in merito alle condizioni di salute della lavoratrice dipendente: in caso di lavoratore disabile il datore di lavoro si deve adoperare per individuare tutti quegli accomodamenti ragionevoli che consentano al dipendente di proseguire l’attività lavorativa nonostante le proprie difficoltà». Dunque il giudice ha dichiarato illegittimo il provvedimento di riduzione dell’orario condannando la società a risolvere la questione eventualmente anche utilizzando lo smart working.
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