Il Tirreno

Pisa

Il caso

Mistero in Arno: il veliero Miranda VI riportato a galla e subito fatto riaffondare

di Luca Cinotti

	Il veliero
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Il veliero

Naufragato nella notte di Pasqua era stato recuperato dal proprietario Due giorni dopo sono stati tagliati i palloni che lo mantenevano in superficie

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PISA. Velieri che affondano, sabotaggi, barche che si allontanano a tutta velocità. Sembrerebbe una roba alla James Bond, non fosse che siamo sull’Arno e – almeno per il momento – la spia più famosa al servizio di Sua Maestà da queste parti non risulta essere mai arrivata. Eppure forse servirebbe proprio 007 per capire qualcosa di più di quello che sta accadendo intorno al Miranda VI, la barca a vela andata a picco nella notte di Pasqua e che nella giornata dell'altro ieri, 16 agosto, dopo essere stata riportata a galla si è di nuovo in gran parte inabissata a seguito di quello che sembra un chiaro sabotaggio.

Come raccontato pochi giorni fa dal Tirreno, il primo tempo di questo film ha luogo il 31 marzo scorso. È in quella notte che la Miranda VI, un cabinato a vela da pochi giorni ormeggiata in Arno, all’altezza del numero 186 di viale D’Annunzio, comincia ad affondare. Lo scafo si adagia a sei-sette metri di profondità e unico testimone della sua presenza rimane la parte alta dell’albero che spunta dal pelo dell’acqua. Intervengono i Vigili del fuoco, che mettono in sicurezza l’area con boe e fari illuminanti a servizio delle altre imbarcazioni. Al proprietario Giancarlo Bianchi viene intimato da Regione e Comune di procedere al recupero del relitto: l’ultima proroga – chiesta da Bianchi attraverso l’avvocato Arianna Tabarracci – dà come data limite il prossimo 30 agosto. Un compito non facile e anche costoso.

Alla fine Bianchi era riuscito a far riaffiorare il Miranda, insieme a un gruppo di amici: alla vigilia di Ferragosto si è di nuovo intravisto lo scafo al pelo dell’acqua, sostenuto da una serie di palloni di galleggiamento. A quel punto il programma era di portare lo scafo in un vicino cantiere nautico, in accordo con la procura: sull’affondamento di Pasqua, infatti, è stata aperta un’inchiesta dato che le cause sono tutt’altro che chiare. Per una serie di problemi, però, non è stato possibile mettere in secca il Miranda. Così lo scafo è rimasto in Arno, affiancato da un’altra imbarcazione nella quale Bianchi voleva rimanere per sorvegliare il veliero.

Nella giornata di venerdì, però, il proprietario si è allontanato per una commissione e al suo ritorno ha trovato una bruttissima sorpresa: i galleggianti erano stati tagliati e la barca è così di nuovo tornata sott’acqua. «Il mio cliente – spiega l’avvocato Tabarracci – ha anche raccontato di aver visto un barchino allontanarsi di fretta, con due persone a bordo. Ovviamente abbiamo sporto denuncia e chiederemo di poter acquisire il filmato delle telecamere per cercare di identificare quelle persone e capire se sono responsabili del nuovo affondamento».

Un episodio che andrà a rendere ancora più corposo il fascicolo in mano alla procura, ma che fa ripartire da capo il problema di riportare sulla terraferma il Miranda VI. Una barca che ha tanta storia importante alle spalle: a progettarla, nel 1981, come esemplare unico è stato l’americano Britton Chance. Il risultato, grazie alla sapienza dei Cantieri navali 71 di Castiglion della Pescaia, è uno scafo che sarà in grado di compiere diversi giri del mondo, partecipando a regate come la Trans-pac e la Trans-at (rispettivamente l’attraversamento del Pacifico e dell’Atlantico). Prestazioni che fino a quel momento non si immaginavano possibili per barche a vela di quelle dimensioni, ma che non avevano fatto i conti con la genialità del progettista, che aveva concepito un natante solido, veloce e versatile, con la deriva in grado di passare da un pescaggio di tre metri a soli 80 centimetri. È stata anche utilizzata come charter, potendo ospitare fino a dieci persone nelle cinque cabine matrimoniali.

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